Una giornata al mare

Un giorno qualsiasi d’estate un bambino camminava sul bagnasciuga. Non si rendeva conto che si stava allontanando dall’ombrellone dei suoi genitori.
Si era perso contando le conchiglie multicolori che dipingevano di nuove sfumature quel piccolo tratto magico in cui eri tanto vicino al mare ma nel quale non ti bagni i piedi ed eri anche talmente vicino alla spiaggia ma nel quale non ti scottavi. Guardando le “sue” conchiglie si accorse che in una piccola buca piena d’acqua di mare nuotava un pesce piccolissimo.
“Scusa!”
“Si?” Rispose il bambino.
“Non potresti ributtarmi in mare?”
“Va bene, immagino tu stia stretto in quella buca…”
“No, No. Lo spazio, basta e avanza… ma devo tornare con i miei compagni…”
“Ti mancano, i tuoi amici?”
“No, ma che stai dicendo! Io devo tornare dai miei compagni perché ho bisogno di una guida…”
“Non capisco…” Rispose il bimbo che era ancora tanto piccolo.
“Voglio dire che se sono con tutti i miei compagni non devo più scegliere. Faccio quello che mi dicono di fare e non ho nessuna responsabilità. Questa è vita!”
“Ma non ti va mai di fare qualcosa di diverso? Sempre tutto quello che fanno gli altri deve essere noioso…”
Il pesciolino non seppe rispondere alle domande del piccolo bambino. Prese un bel respiro, se si può chiamare respiro dato che era sott’acqua, e disse:
”Ributtami in mare! Io devo essere come gli altri perché il mare lo ha deciso… e tu non mi farai cambiare idea!”
Il bambino lo prese con le mani a forma di conchiglia e lo posò sulla riva tra le onde. Il pesce neanche lo ringraziò e se ne andò nuotando nel mare.
Ci rimase molto male e si disse che non sarebbe mai stato uguale agli altri, che avrebbe avuto un pensiero suo e che nessuno sarebbe riuscito a farglielo cambiare.

Mentre pensava a tutte queste cose, riprese a camminare. Ogni tanto si chinava, raccoglieva un sasso e lo lanciava in mare. Ma ad un tratto senti una musica provenire da dietro di lui. Si voltò e vide un ragazzo alto e con i capelli lunghi, con in mano una chitarra. Il ragazzo cantava.
Il bambino si mise seduto davanti al ragazzo per ascoltare le sue canzoni. Appena l’artista si accorse di lui, intonò una canzone:
Ho sentito il calore del sole tra i beduini in viaggio in Egitto
Ed il freddo invernale a New York tra chi non riusciva a pagare l’affitto.
Ho visto la gente irlandese morire per una patria rubata da tempo
Un contadino rumeno che sempre da solo coltiva silenzioso il suo campo.
Ho sentito l’odore dell’acqua dei pozzi semivuoti africani
Ma in ogni parte del mondo per un povero i sogni son sempre lontani.
Il bambino ascoltava queste parole ma non riusciva a capirle fino in fondo. Ma leggeva una grande tristezza nelle parole del ragazzo. In quel momento si accorse che gli occhi del musico erano molto più vecchi del suo viso.
Intanto il ragazzo continuava a cantare:
Ho visto le baracche dei sobborghi lontani di Rio
E le isole del Pacifico da sempre abbandonate da Dio
Ho visto lanciare sassi contro carri armati Israeliani
Ho visto allevatori ormai stanchi nei pascoli boliviani
Ho respirato l’aria gelida della grande Piazza Rossa
Ho visto tanta gente scavare in silenzio la propria fossa.
Il bambino cominciava a capire. C’erano tante ingiustizie nel mondo. Ecco perché mamma e papà non gli facevano mai vedere il telegiornale con loro. ‘Ma perché i miei genitori, che mi hanno dato la vita, mi stanno nascondendo il mondo?’, pensò.
In quel momento decise che avrebbe girato il mondo, avrebbe visto tanti posti. Forse avrebbe avuto gli occhi tristi e stanchi di quel giovane menestrello. Ma almeno avrebbe avuto la consapevolezza.
Avrebbe saputo.

Salutò il cantante che gli rispose strizzandogli l’occhio e se ne andò per la sua strada (anche se in realtà era una spiaggia). Poco più avanti incontrò una vecchia signora. Si notava parecchio perché aveva un lungo vestito blu con tante piume e tanti gioielli.
Il bimbo si fermò davanti a lei e si mise a guardarla. Dopo un po’ vinse la timidezza e le chiese: “Scusi signora, ma non sente caldo con tanti vestiti addosso?”
“Buongiorno bimbo mio,” rispose, “sai, sono vestita cosi perché sto aspettando il mio amore…”
“Come? Il suo amore?”
“Ti racconterò una storia: tanti anni fa il nostro paese era in guerra. Tanti giovani ragazzi furono chiamati a combattere per la libertà. E così anche il mio fidanzato. Il giorno che partì mi disse che sarebbe tornato e che mi avrebbe sposata. Io da quel giorno lo sto aspettando senza sosta. Quando tornerà mi dovrà trovare bellissima, come non mi ha mai vista. Voglio baciarlo e sposarlo. Non ho altri desideri della nella vita.”
In quel momento il bimbo si ricordò che il nonno parlava sempre di questa guerra. Ma era finita da tanto tempo. Forse il suo amato non sarebbe più tornato. Ma come darsi per vinti? Iniziò a capire che la forza dell’amore era molto più grande della forza della ragione.
“Ho capito. Ora me ne devo andare… spero che il suo amore ritorni presto”.

Cosi se ne andò. Sapeva che non sarebbe tornato. Ma quella donna ormai lontana dalla giovinezza aveva gli occhi più accesi di quelli del giovane cantante. Non voleva distruggere i suoi sogni.
Mentre se ne andava ragionando sulla forza dell’amore si senti chiamare.
“Ciao piccolo, dove vai?”
Il bimbo si girò e si trovò davanti un omone di colore che lo guardava con i suoi grandi occhi scuri.
Si spaventò. La mamma gli aveva sempre detto di stare lontano dalle persone con la pelle scura.
“Sei tutto solo… guarda, ti regalo questo.” E gli consegnò un piccolo elefante di legno. “Dovrei venderlo, ma tanto nessuno mi compra mai niente … non era questo che mi aspettavo, quando ho lasciato la mia grande Africa…”
Il bambino allora si ricordò della canzone del ragazzo e non ebbe più paura.
“Me ne sono andato da casa, ho lasciato la mia famiglia per cercare fortuna, per poter dare un futuro ai miei figli piccoli come te. E invece sono qui, su una spiaggia a vendere animali di legno alle onde. Ma cosa ti parlo a fare? Sei solo un bambino non puoi capire…”
In quel momento una lacrima scese sulla guancia dell’uomo e il bimbo si commosse. Lo abbracciò ringraziandolo e se ne andò, sapendo che quell’elefante di legno gli avrebbe sempre ricordato che tutti sotto la pelle hanno lo stesso cuore e provano lo stesso amore per i propri cari.
Non ebbe più paura.
Tutto ad un tratto si sentì strattonare il braccio. Era la sua mamma.
“Ma dove sei stato? È mezzora che ti cerco! Io e tuo padre eravamo in pensiero…”

Ora sono passati trent’anni da quel giorno. Il calore del deserto brucia le tende.
Un uomo sta scrivendo una lettera alla sua amata. La lettera si conclude cosi ‘Lo so che i miei genitori non capiscono. Molti non capiscono. Ma solo perché la penso diversamente non vuol dire che sto sbagliando. E tu, non aver paura, so quanto un cuore innamorato possa sperare… tornerò, te lo giuro. Ti amo.’
“Scusi dottore, ci sono delle persone che vogliono vederla…” lo interruppe un altro uomo.
“Va bene arrivo”.
Fermò la lettera sul tavolino con un vecchio elefante di legno, ormai scolorito.
Uscì al sole cocente, fece entrare la signora di colore, incinta, in un’altra tenda è la visitò.
Dopo la visita l’altro uomo gli chiese:
“Ma perché tu sei qui, nel deserto, a curare questi dimenticati di Dio?”
“Ti dirò, mi ricorda la spiaggia…” si mise a ridere e se ne tornò all’ombra della sua tenda, quella bianca con una croce rossa.
L’altro uomo disse tra sé ‘Il caldo gli ha fatto male…molto male…”
Ma non ne sarei così sicuro.

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