Sus la punta de l’espada

Ricordo di essere andato a dormire in ostello presto. Avevo camminato a lungo e sotto il sole cocente e mi sentivo come una forte febbre. Non avendo un termometro nello zaino, decisi di prendere un’aspirina e di buttarmi sotto le lenzuola pulite, dopo essermi fatto una doccia rinfrescante. Il mio viaggio attraverso i Pirenei non era ancora concluso, ero ancora in Francia, e non potevo farmi fermare da un colpo di calore.

Durante la notte, mi alzai (o almeno credo di averlo fatto) per cercare un bicchiere d’acqua. Sentii nella notte un canto proveniente da fuori l’ostello, da qualche parte in città:

Sus la punta de l’espada pòrti nau
Sus la punta de l’espada pòrti nau
Pòrti nau, pòrti, jo
Pòrti la mei bèra arròsa
Pòrti nau, pòrti, jo
Pòrti la mei bèra flor

Conoscevo la melodia, un canto in lingua occitana (o, almeno, un dialetto che deve appartenere allo stesso ceppo), una filastrocca che avevo sentito utilizzare per il ballo. Si parte da nove e si arriva all’uno, per concludere la danza. L’ora non era troppo tarda, circa mezzanotte, quindi pensai ad una festa popolare. Decisi quindi di vestirmi e di scendere a vedere, per non perdermi questa occasione. Mi vestii di fretta e scesi le scale. Ero l’unico ospite dell’ostello, nonostante l’alta stagione, quindi scesi le scale in completo silenzio per non svegliare i proprietari. Arrivato in piazza, sentii le voci ancora più forti.

Sus la punta de l’espada pòrti tres
Sus la punta de l’espada pòrti tres
Pòrti tres, pòrti, jo
Pòrti la mei bèra arròsa
Pòrti tres, pòrti, jo
Pòrti la mei bèra flor

Il canto stava volgendo al termine, quando arrivai al limite del paese. In un campo, intorno a un fuoco, vidi una ventina di persone, incappucciate, ballare intorno al rogo. Il movimento così particolare della danza mi diede quasi una sonnolenza, ma in quel momento incolpai la febbre e la stanchezza del viaggio della mia stanchezza improvvisa.

Quando arrivarono alla fine della filastrocca, attesi con trepidazione il nuovo canto, mentre rimanevo nell’ombra per non disturbare. Ma la melodia non cambiò, ma lo fecero le parole. Una lingua che non avevo mai sentito: non era francese, neanche una variante locale della lingua occitana, con cui non aveva più nulla a che fare; non era neanche spagnolo o qualsiasi altro idioma europeo a me noto. Le parole erano dure come la pietra, cariche di consonanti e fastidiose allitterazioni.

In quel momento, vidi quegli esseri lasciarsi le mani, interrompendo la catena. Si tolsero i cappucci per mostrare il loro viso, umano nell’ombra, ma simile a quello di un rettile quando la luce li illuminava. Mi accorsi allora che, dalla tunica, oltre ai piedi decisamente umani, vedevo sbucare dondolando una coda squamosa e terribile, come quella di una lucertola. In quel momento, quei passi cadenzati tipici degli antichi branle della Guascogna, diventarono come un susseguirsi senza senso di idioti passi improvvisati, in un terribile miscuglio di ordine e scompostezza. In quel momento persi conoscenza, ritrovandomi solo al mattino disteso sul mio letto, in ostello. I miei vestiti erano nella sedia, dove li avevo lasciati prima di coricarmi. Pensai ad un brutto incubo e mi accorsi di sentirmi molto più in forze, pronto a ripartire.

Ma mentre scendevo le scale, con lo zaino in spalla, sentii di nuovo quella canzone:

Sus la punta de l’espada pòrti un
Sus la punta de l’espada pòrti un
Pòrti un, pòrti, jo
Pòrti la mei bèra arròsa
Pòrti un, pòrti, jo
Pòrti la mei bèra flor

Era la proprietaria dell’Ostello, che canticchiava mentre in cucina preparava la colazione. In quel momento sentii di nuovo come una vampata di calore nella mia mente. Misi il dovuto per la notte sul mobiletto di ingresso e me ne andai senza proferire parola, camminando a passo svelto e a testa bassa per le strade di quel malsano villaggio. Ancora oggi quando ripenso a quel brano, quando lo vedo ballare nelle feste popolari, mi si gela il petto. Tutto questo per un semplice incubo dato dalla febbre e dalla fatica del lungo viaggio a piedi sulle montagne francesi. Solo un sogno, credo.

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