L’uomo che sparì dalla rete

Quando mi svegliai mi accorsi che il sole era già alto. Forse avevo utilizzato il comando vocale per spegnere la sveglia sul comodino durante il sonno. Non mi era mai capitato prima e doveva accadermi proprio in un giorno come quello? In preda all’ansia, comincia a parlare con la smarthouse:
“Ok Google, illumina la casa.”
Ma le lampade non si accesero, né le tapparelle si alzarono. Sara dormiva ancora al mio fianco, la notte precedente aveva avuto una conference call con dei clienti cinesi, quindi stava recuperando il sonno perduto. Mi alzai e nella penombra mi lavai, ero ancora in tempo per il colloquio. Provai altri comandi: Ok Google, fornello. Ok Google, acqua. Ma niente. Immaginai che si trattasse di un bug momentaneo, relativo alla casa. Il sistema era ancora in garanzia, lo avevamo comprato all’ultimo Black Friday su Amazon. Era arrivato con un drone un’ora dopo l’acquisto e lo avevamo connesso via WiFi a tutti gli elettrodomestici, non aveva mai dato problemi fino a quel giorno, ma non avevo tempo per metterci mano. Vedendo che non avevo messaggi da Facebook Messenger o email importanti, decisi di rimandare al tragitto in metro il controllo delle notifiche dai miei social network. Riavviai il Google House e uscii di casa chiudendo la porta dietro di me senza inchiavare perché, ovviamente, neanche il comando per la serratura funzionava. Sarei tornato che ancora Sara era a letto, convinto che al mio ritorno avrebbe funzionato tutto. La mia fidanzata era un ingegnere di una famosa software house, se la sarebbe cavata con una smarthouse. Non era brava quanto me, ma pochi lo erano, almeno in Italia.
Uscito all’aria aperta mi diressi verso la fermata della metro. Mi misi a sedere di fianco a un ragazzino asiatico che stava combattendo con degli animali rubati da qualche manga con il suo vicino, un suo coetaneo magrebino con la maglietta della nazionale di calcio del Daesh. Tirai fuori il primo smartphone Android e mi resi conto di non riuscire a connettermi. Mi resi conto che, probabilmente, era quel giorno ogni dieci anni in cui Google andava down. Stavo tirando fuori il mio iPhone, quando il controllore mi si avvicinò.
“Bluetooth?” mi chiese.
“Sì”, risposi attivandolo.
“Qua non risulta, mi dice che il suo dispositivo non ha pagato la corsa” mi rispose.
“Sono sicuro di aver cliccato sulla app del Trasporto Cittadino…” cercai di giustifcarmi.
“Capita che ci si dimentichi, mi lasci il suo ID PayPal e le arriverà il costo della corsa e la sanzione per il mancato pagamento direttamente”.
Gli lasciai il mio id PayPal e mi resi conto di essere arrivato alla mia fermata.
Il palazzo di Facebook era davanti a me. Per accedere era necessario loggarsi con il proprio account alla porta di ingresso. Provai e riprovai a inserire i miei dati ma non riuscii a far aprire la porta. Chiesi al guardiano di entrare, spiegando che avevo un colloquio . Mi fece parlare via interfono con la segretaria:
“Facebook Milano buongiorno, come possiamo aiutarla?”
“Salve, sono Antonio Francolini, ho un colloquio con il reparto applicativi alle 10.00”. Lei mi rispose con freddezza:
“Signor Francolini. Non risulta. Alle ore 10.00 ho mezzora di vuoto, probabilmente il team delle Risorse Umane ha preferito lasciarsi una pausa tra due colloqui. Lei non risulta nel nostro database, la preghiamo di allontanarsi dall’edificio”.
“Come non sono nel database? Si aggiorna automaticamente ad ogni nuovo iscritto al social network…” ma dall’altra parte la donna aveva riattaccato.
Il nerboruto guardiano di colore armato di Taser si stava avvicinando, quindi decisi di andarmene.
Ero sconvolto, non solo il colloquio era saltato, ma non riuscivo neanche ad accedere al mio account Facebook. Riprovai di nuovo dallo smartphone. Vidi che la timeline era aggiornata alla sera precedente, vedevo solo quello che era salvato nella cache del telefono. Provai ad accedere al mio account Google, PayPal, Amazon, ma niente. Provai anche ad accedere al sito dell’Agenzia delle Entrate, ma neanche lì riuscii a loggarmi.
Avevo usato sempre la stessa password, per non dimenticarmi. E la email di accesso era quella che all’anagrafe ti assegnano insieme al codice fiscale, quindi doveva essere giusta per forza.
“L’anagrafe”, dissi ad alta voce. Potevano darmi delle informazioni, magari avevano dei problemi con la mia email. Dopo gli attacchi terroristici a Milano e Roma degli anni ’10, ad ogni servizio online ci si doveva iscrivere con la email fiscale, in modo da avere traccia di ogni operazione effettuata online. I dati venivano elaborati dal server del Ministero dell’Interno e avrebbero previsto eventuali illeciti.
Arrivai a piedi fino agli uffici comunali, non volevo rischiare di prendermi un’altra multa sui mezzi pubblici. Entrai e mi recai allo sportello automatico.
“Nome, cognome e email” mi disse il sistema con voce robotica.
“Antonio Francolini antoniofrancolini12455498@repubblicaitaliana.it”
“Nessun riscontro, ripetere”
Cercai di scandire al meglio le parole “Antonio Francolini antoniofrancolini12455498@repubblicaitaliana.it”
“Nessun riscontro, ripetere. Le ricordiamo che al prossimo errore interverranno i Carabinieri”
Sbagliai ancora, anche se i dati erano giusti. Vidi arrivare le Forze dell’Ordine, quindi non ci pensai due volte e scappai. Ovviamente il sistema era studiato per evitare che dei clandestini, persone che non erano nate in Italia, potessero accedere a servizi online e offline. Non so perché scappai, ma in quel momento la paura mi assalì. Corsi fuori, nelle strade trafficate di Milano. Non potevo telefonare al mio avvocato, a Sara o a chiunque altro. Nessuna applicazione era funzionante: niente email fiscale, niente connessione.
Corsi fino a casa, senza mai fermarmi. Il fiatone e i vestiti inzuppati di sudore. Suonai ripetutamente il campanello, ma nessuno mi aprii. Approfittai dell’arrivo di un vicino per superare il portone e continuai la mia corsa su per le scale. Trovai un biglietto sulla porta.
Sei un bastardo. Prima mi blocchi su Facebook e Whatsapp e se non bastasse blocchi tutta la smarthouse, gli accessi che mi hai dato non funzionano. Ora ho hackerato la casa e posso accederci solo io, così puoi rimanere fuori con #chissachi. Sei uno stronzo, ti credevo una persona migliore. Per me, te non esisti più.
Rimasi seduto nel pianerottolo, fino a che la stanchezza per la lunga corsa non prese il sopravvento. Mi addormentai per qualche ora, fino a che non vennero a svegliarmi.

Davanti a me avevo due uomini, quando aprii gli occhi mi scusai repentinamente, imbarazzato per la figuraccia. Mi arrampicai sugli specchi inventando storie su un presunto malfunzionamento della porta e di un tecnico che sembrava non arrivare mai. Ma loro sembravano non interessati alla mia storia.
“Signor Francolini, non si deve giustificare con noi. Sappiamo la sua condizione. Anzi, siamo qui per aiutarla.”
“Siete della polizia?” chiesi titubante.
“No. Siamo tutto l’opposto. Se vuole seguirci, risolveremo il suo problema d’identità… in un modo o nell’altro”
Non sapendo che fare, li seguii, stupidamente. Mi fecero salire in macchina con gentilezza. Parlavano tra loro del tempo e di calcio, argomenti futili ma che non mi fecero sospettare nulla. Infatti quando mi offrirono una bottiglietta d’acqua apparentemente sigillata, non mi feci problemi a berla, ero completamente disidratato. Dopo solo pochi minuti, mentre eravamo ancora bloccati nel traffico del centro, persi conoscenza. Mi risvegliai in un luogo che non conoscevo, un capannone di quelli industriali come ce ne sono tanti. Davanti a me un uomo sulla settantina, di quelli che, nonostante l’età, hanno ancora uno strano sguardo attento.
“Signor Francolini, ben arrivato. Si serva pure dell’acqua, questa volta non c’è del sonnifero, glielo garantisco. In quel thermos c’è anche del caffè, se vuole riprendersi. Si trova nel momento più importante della sua vita, voglio che sia perfettamente lucido e attento a quello che sto per dirle” esordì l’uomo. Io provai a ribattere.
“Chi sei? Cosa vuoi da me? Dove siamo?”
“Avrà presto le sue risposte, se mi concede il tempo necessario. Lei è giovane, Antonio, è nato in un mondo molto diverso dal mio. Tutto è cominciato con il famoso referendum per l’uscita dall’Unione Europea. Quello che i giornali avevano definito il Fronte Populista aveva ottenuto la vittoria ed eravamo di nuovo un paese autonomo. Il Governo non riuscì ad assorbire il colpo e si tornò alle urne per votarne uno nuovo, ma sapevamo già che l’F.P. avrebbe ottenuto il mandato. Si minacciò subito la chiusura delle Frontiere, per far fronte ai flussi migratori dal Nord Africa. Senza il supporto della UE, non riuscivamo più a gestire la situazione. Non mi interrompa, la riguarda eccome! Stavo dicendo che la situazione era insostenibile, ma c’era ancora una parte di popolazione che non voleva abbandonare i profughi al loro destino. Lo stesso anno, il 1 Gennaio, arrivarono le bombe. Una in Piazza San Pietro, in Città del Vaticano, durante la Messa di Papa Francesco. Nello stesso momento, a Milano, una Piazza Duomo piena di turisti viene presa d’assalto da dieci uomini armati. Il conto dei morti fu enorme.”
Questa volta riuscii a intervenire: “Questo cosa centra con il fatto che non ho più accesso alla mia email governativa?”
L’anziano rise. “Ancora non ci siamo arrivati. In quel tempo ancora il sistema non era digitalizzato. Dove ero rimasto? Ah, bene agli attentati. Il Ministero degli Interni, in conferenza stampa, diede inizio allo show. Si incolparono, incredibilmente, alcuni cittadini italiani di origini arabe per le stragi. Dissero che la chiusura delle frontiere non bastava, perché gli attentatori erano stati reclutati tramite internet, i social network, le chat e altri servizi online. Per questo annunciarono che da lì ad un anno, grazie all’accordo con i principali player del settore, tutti avrebbero avuto accesso alle risorse online esclusivamente con la propria email governativa, che avrebbero ricevuto prontamente. I siti o i servizi che non avessero aderito alle nuove regole, sarebbero stati oscurati in Italia. Da quel giorno, inoltre, non ci sarebbero stati più documenti cartacei da compilare, ma tutto si sarebbe fatto online tramite i propri accessi. In questo modo, ogni cittadino italiano sarà riconosciuto tale solamente dai suoi dati di accesso. Tutti gli altri, senza un regolare permesso di soggiorno da richiedersi prima di arrivare nel paese, sarebbero stati considerati clandestini e rimpatriati. Per quelli che non avessero comunicato il paese d’origine, sarebbero stati rinchiusi in carcere e costretti ai lavori forzati. Nessuno avrebbe più minato la sicurezza e l’economia della Nazione. Ora capisci dove voglio arrivare? Nessuno disse niente, spaventati a morte dalle immagini degli attentati in televisione. Tu sei figlio di quegli eventi, Antonio. Esisti solo grazie alla tua email, senza di essa, sparisci dalla rete. Ma è possibile vivere senza, al giorno d’oggi? Noi pensiamo di sì, per questo ti abbiamo liberato!”
“Liberato? Cosa vuoi dire?” gridai.
“La tua identità è solamente una riga di una tabella. Un database. Cancellata la riga, tu smetti di esistere. Una riga che è connessa a tutto: alla tua banca, all’ospedale dove sei nato, ai tuoi ricordi sui social network…”
“Non è possibile. Il Governo ha sicuramente dei backup e posso far ripristinare la situazione.”
“Certo” mi disse con calma “se non fosse che abbiamo hackerato anche i vari backup del database governativo. Ovviamente non hanno pensato che tutto quello che viene salvato in cloud, è accessibile in qualche modo.”
“Il cloud! I miei dati, le mie operazioni, i miei spostamenti, sono tutti salvati. Posso usarli per farmi restituire l’email e tutto il resto!” esclamai in un impeto di speranza.
“Mi dispiace contraddirti, ragazzo. Tutto quello che ti riguarda sono dati privati, che hai consegnato ad aziende con un click su un modulo d’iscrizione. I trasporti, gli ospedali… tutto è di proprietà di società che nulla hanno a che fare con la Nazione. Per loro, ammettere di avere nel loro database del materiale su un cittadino, diciamo clandestino, è una ammissione di colpa. Non ti daranno mai nulla.”
“Perché lo avete fatto? Cosa volete da me?” urlai, mentre le lacrime scendevano dalle mie guance. Anche l’uomo davanti a me alzò la voce.
“Perché? Perché, mi chiedi? Ti abbiamo scelto. Entra a far parte della nostra organizzazione. Fino ad oggi siamo riusciti a compiere azioni su bassa scala, come la sparizione del tuo account. Il reparto IT del Governo non si accorge della sparizione di una o due righe alla volta di privati cittadini, perché si confondono con le cancellazioni previste per i defunti. Ma noi vogliamo di più, vogliamo dimostrare che siamo imprigionati e che il sistema non funziona. Noi ti abbiamo liberato e in cambio ti chiediamo di fare lo stesso con i nostri compatrioti. Portiamo il caos per poi ripristinare l’ordine! Questa è la Rivoluzione! E se verrà costruito un altro sistema, noi lo distruggeremo ancora. Ma ti chiediamo anche di essere il volto della nostra guerra, il Subcomandante Marcos del web. V per Vendetta 2.0. Parla in diretta streaming su tutta la rete e distruggi l’ordine costituito. Mostra al popolo italiano le mura dietro alle quali sono intrappolati. Ricorda loro che un tempo erano liberi e che la rete era la loro bandiera.”
Rimasi in silenzio e pensai a lungo a quelle parole. Ero spaventato ma, allo stesso tempo, iniziavo a capire.

Era un pomeriggio di ottobre. I lavoratori erano in ufficio o nelle fabbriche, gli studenti nelle aule universitarie, tutti gli altri riversi nelle strade tra shopping e commissioni. In quel momento la diretta streaming partì, su ogni sito web, su ogni app, in ogni dispositivo connesso alla rete. Un uomo mascherato parlò alla Nazione intera. Raccontò come lo Stato aveva ridotto in schiavitù il suo stesso popolo, relegandolo ad una riga di database. Spiegò che il pericolo non veniva dall’esterno ma dal Governo stesso, che ci aveva ingannato per anni, raccontando una storia che nulla aveva di vero. Indicò come le aziende private da cui dipendevano, da Facebook a Google, si erano calate le braghe davanti alla richiesta italiana, fregandosene dei diritti dei suoi cittadini, solo per fare profitto con i nostri clic sugli annunci pubblicitari, sui nostri acquisti online, vendendo i nostri dati al miglior offerente. Disse che era il momento di liberarsi, che presto avrebbero cancellato dalla rete quelli che ci tenevano segregati, che era il momento di votare un nuovo Governo e di ritornare ad essere simili ai nostri vicini occidentali. Con un ultimo clic, cancellò il sistema di gestione centralizzato, facendo sparire identità e email di tutta la popolazione. Ricordo che il Paese sprofondò nel caos, tutta la macchina pubblica si fermò per giorni e ogni volta che veniva ripristinata veniva hackerata di nuovo. Le Forze dell’Ordine e i servizi pubblici erano bloccati. L’Esercito instaurò un regime militare, cercando di contenere i danni provocati da una parte dai rivoltosi e sostenitori del gruppo rivoluzionario, dall’altra quella dei disperati che, non avendo più accesso a banche e carte di credito, si misero a saccheggiare supermercati e negozi per sopravvivere. I politici non sapevano che fare. Le grandi aziende multinazionali, per sicurezza, bloccarono gli accessi a tutti i cittadini italiani ai loro servizi, in attesa di comprendere l’evolversi della situazione.Per mesi avevo vagabondato, senza una fissa dimora, per la paura di essere arrestato. Non potevamo eleggere un nuovo Governo, non potevamo organizzare le elezioni senza una sovrastruttura. In tanti cercarono di scappare all’estero, in UE, ma trovarono solo l’esercito dei paesi vicini a impedire il passaggio. Al Sud la situazione sembrava meno problematica, quando la Mafia riemerse dalle profondità dove si era nascosta per tutti questi anni e tornò alla luce, riprendendo in mano la situazione e ripristinando l’ordine, almeno apparentemente, lontana dai centri di potere romani.

Immaginai che, dopo il mio rifiuto e la successiva inaspettata scarcerazione, avrebbero cercato qualcuno con cui sostituirmi, una persona che avesse le mie stesse competenze e abbastanza carisma da parlare alla popolazione. Ora tutti erano nella mia stessa condizione, il paese stava sprofondando e nessuno di noi esisteva più. Mi ero reso conto che i terroristi, perché così vanno chiamati, non avevano previsto cosa fare dopo il loro intervento. Non avevano pensato a come ripristinare un Governo in un Paese dove non esistevano più documenti cartacei da decine di anni. Mi chiesi a lungo cosa avrei potuto fare per fermarli, ma non seppi mai darmi una risposta convincente. Ora la gente aveva paura. Si parlava di un nuovo movimento, di un anziano leader che un tempo era stato un politico molto conosciuto, che stava radunando gente a Roma. Aveva preso accordi con l’Esercito per l’instaurazione di un nuovo Governo provvisorio con poteri speciali, con l’obiettivo di ripristinare la burocrazia e l’ordine. Il giorno che ripresero a funzionare le televisioni, ero curioso di capire cosa stesse succedendo nelle altre parti d’Italia, quindi mi misi ad osservare il primo telegiornale dopo mesi di silenzio. Il giornalista stava intervistando il nuovo Presidente del Consiglio. Sentii come un colpo ben assestato nel petto, quando mi accorsi che la persona che stavo osservando, era la stessa che avevo incontrato in quel capannone, lontano dagli occhi del mondo, solo qualche mese prima.

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