La stazione

Ero seduto sulle panchine della stazione deserta, in attesa del notturno che mi avrebbe riportato a casa in occasione delle festività di Ognissanti. Ero perso nei miei pensieri, quando la vidi dall’altra parte delle rotaie. In piedi davanti a me, in un rosso abito troppo leggero per il freddo di quella notte. I suoi occhi brillavano nella penombra delle luci dei lampioni. Mi accorsi, imbarazzato, che la stavo fissando. Abbassai lo sguardo, mentre il vento era come un richiamo nelle mie orecchie. Non potevo ignorarlo. Mi alzai e mi accorsi che mi stava in qualche modo parlando, che il suo corpo, le sue labbra e i suoi occhi mi attiravano al di là della ferrovia per farla mia. Come in un sogno protesi le mie braccia, passo dopo passo, verso di lei. Non mi accorsi del treno in arrivo sul binario, in perfetto orario. Non so se fu un riflesso, un abbaglio dato dall’oscurità. La vidi mutare forma, la pelle lucida e umida, occhi più grandi dai riflessi di un giallo malato e torbido, lunghe e antiche dita affusolate che mi invitavano a sé. In un attimo, mentre il fischio dei freni si faceva più insistente, mi congiunsi a lei. Uniti per l’eternità.

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