La grotta

Mi ricordo di quei giorni come si ricorda un incubo poco dopo che la sveglia ha suonato al mattino. Un ricordo confuso. Il mio terapista non mi crede, lo percepisco ogni volta che vado nel suo studio. Con quello che viene pagato potrebbe almeno fingere. Dice che sono caduto nel fiume, che sono scivolato sulla strada ghiacciata e che ho rotolato lungo la scarpata, per poi essere trascinato per qualche chilometro dalla corrente, abbandonandomi in uno stato di ipotermia, per essere trovato poi da un anziano locale che passeggiava con il suo pastore tedesco. La polizia dice la stessa cosa. Ma perché ogni volta che racconto la mia storia è come se la stessi vivendo ancora? Non è forse questo il segnale, il sintomo della mia onestà? Sento la stessa paura, potrei riconoscere i volti di quegli esseri infami che mi hanno portato là sotto, se mi si presentassero davanti. Quell’osteria maledetta, non era affatto chiusa quel giorno. Non ero l’unico cliente… è tutto un complotto contro di me. Quando vi avrò raccontato la mia storia, probabilmente anche voi non crederete alle mie parole.

Eravamo quattro amici, quell’anno. Come ogni anno, nel mese di Febbraio, ci aggregavamo ai viaggi organizzati dal Club Sciistico per farci qualche giorno sulle piste. Aveva nevicato parecchio il primo giorno e il mio scarso allenamento non mi era stato d’aiuto. Infatti nel primo pomeriggio, la poca concentrazione data dalla fatica delle discese mi ha portato a fare un errore. Una caduta che mi ha portato a tutto questo, a notti insonni, a questa paura infinita. In sostanza, nulla di grave, una torsione del ginocchio che mi si stava gonfiando ma, da quello che mi dissero al pronto soccorso, nulla di rotto. Ma la vacanza per me era finita.

Per questo decisi il mattino successivo di fare colazione insieme ai miei compagni e di fare un giro nel paese vicino, dove doveva esserci un grazioso monastero medievale, da quello che mi disse il proprietario dell’albergo dove soggiornavamo. Mi disse anche che la gente del posto è poco socievole e che sarebbe stato meglio se fossi tornato con la corsa successiva, appena possibile. Io lo ignorai, pensando che fossero le solite rivalità tra vicini. Così presi l’unico autobus della zona e mi feci accompagnare nella piazza del villaggio poco più a valle, abbastanza lontano dalle piste per non essere frequentato dai turisti. Uno di quei posti dove il sole batte esclusivamente poche ore al giorno. Un posto buio, dove la depravazione, l’incesto e la mancanza di luce hanno creato un mondo nuovo. Non mi stupisce che il famoso monastero fosse abbandonato. Perché, effettivamente, questa antica costruzione esiste realmente, anche se tenuta molto bene per essere disabitata, ma non visitabile, purtroppo. Ho visto tante valli di montagna, dove si respira un’aria buona, dove la cultura ha reso la gente orgogliosa delle proprio origini e vogliosa di trasmetterle, dei luoghi dove il turismo ha trovato nella tranquillità fonte di benessere e riposo a buon mercato. Ma non era proprio questo il caso.

Non riuscivo a camminare molto bene, per il dolore al ginocchio, quindi decisi di trovare un posto dove riscaldarmi in attesa dell’autobus di ritorno, che sarebbe passato non prima di un’ora e mezzo. Per questo entrai in un’osteria, dall’aspetto lugubre e malsano, ma l’unica del paese. “Una grappa ce l’avranno” pensai. Così entrai all’interno dell’edificio e un forte odore di muffa e di alcool mi pervase le narici. L’oste stava dietro al banco, mentre solo una coppia di uomini dal viso rugoso occupavano in silenzio un piccolo tavolo all’angolo, sorseggiando da uno sporco bicchiere in vetro un liquido verde, che supposi essere qualche tipo di liquore alle erbe locale. Erano anziani, ma avevo l’impressione che fossero comunque abbastanza vigorosi, forse temprati dalla vita di montagna. Mi avvicinai al bancone e chiesi qualcosa di forte. L’uomo, quasi stupito di vedermi entrare, mi squadrò come se fossi un alieno. Non disse nulla e mi servì un liquido trasparente, che dall’odore ricordava un detersivo per i pavimenti, ma ignorai la sensazione e buttai giù. Una sensazione di calore mi pervase la bocca, poi mi scese lungo la gola fino allo stomaco. La testa iniziò a girarmi, la vista si offuscò. Tutto quello che ricordo, da quel momento, è il buio.

Mi svegliai di soprassalto, i miei occhi non riuscivano a distinguere nulla nel buio. La prima cosa che ricordo è l’odore di muffa che avevo già sentito all’interno dell’osteria…come ero arrivato in quel posto? Dove diavolo ero? Queste erano le domande che ponevo, mentre lentamente mi abituavo all’oscurità. In lontananza sentivo come una litania, un canto incessante lento e noioso, come di tante voci che in coro intonano parole senza senso. Appena ripresi a vedere, mi accorsi di trovarmi dentro un grande spazio sotterraneo, una grotta. La poca luce presente veniva dall’alto, da un foro di forma circolare, troppo preciso per essere naturale. Pensai di essere dentro un pozzo o qualcosa del genere e, sentendo il dolore che avevo alla schiena e ai reni, dovevano avermi calato dentro con una corda o qualcosa del genere. Quel poco di luce che filtrava dal buco, che a occhio mi sembrava ad una distanza di almeno trenta metri sopra la mia testa, riuscii a farmi un’idea del luogo. Sicuramente mi trovavo in un luogo naturale, le concrezioni lo dimostravano. In passato, prima di tutto questo, sono stato uno speleologo dilettante e di grotte di quel tipo ne ho viste tante. Per questo non fu il buio a spaventarmi, ma la mia condizione. Il ginocchio faceva male e non avevo idea di dove mi trovassi. Provai a urlare, non so per quanto tempo. Probabilmente minuti che a me apparvero come ore, là sotto. E più urlavo, più il canto si faceva forte sopra di me. Nessuno mi avrebbe aiutato, quindi decisi di provare a muovermi. Nessuno sapeva che ero lì e chi invece lo sapeva non aveva intenzione di farmi uscire. Provai ad escogitare un piano d’azione.

Raggiungere la cima del pozzo era impossibile: infatti esso era proprio al centro della grande stanza in cui mi trovavo, quindi anche se fossi stato in perfetta forma, non avrei potuto affrontare un’arrampicata. E il mio equipaggiamento non era affatto adatto a quell’ambiente: la mia giacca a vento firmata, pagata un occhio della testa, mi impediva ogni movimento. E gli stivali dopo-sci mi facevano inciampare, come se non bastasse avere una gamba malandata. Fortunatamente in tasca avevo una piccola torcia a led, di quelle che si acquistano nei negozi cinesi giù in centro e che si appendono alle chiavi. La usavo per trovare la serratura della saracinesca del garage a casa, quando puntualmente il lampione del parcheggio si fulminava.

In queste condizioni, cercai di ricordare le nozioni base di speleologia, nonostante fossi continuamente distratto dalle voci che rimbombavano nello spazio vuoto della grotta e per l’odore di muffa che si faceva sempre più opprimente. Seguii invece un rumore di acqua in lontananza. Pensai che, forse, quella piccola sorgente poteva portarmi fuori di lì. Cercando nella penombra (non volevo utilizzare le poche batterie della mia torcia) trovai effettivamente una zona della grande stanza dove si poteva veder scorrere un piccolo rivolo d’acqua. Zoppicando vistosamente, iniziai la progressione.

Illuminato dalla mia piccola torcia, iniziai a muovermi all’inizio in un piano leggermente inclinato, poi in modo sempre più ripido. La grotta era bellissima. Stalattiti gigantesche, concrezioni e colonne bianche come avorio. Seppur molto lievi, riconobbi degli schizzi di fango su alcune pareti, a testimoniare che probabilmente qualcuno o, a questo punto, qualcosa aveva percorso quei cunicoli e quelle stanze. Infatti ci furono alcuni passaggi che mi costrinsero a strisciare e delle discese ripide che feci, di fatto, appoggiando i glutei al pavimento. Dovetti abbandonare la giacca a vento, la temperatura si stava nettamente alzando e, con essa, la maleodorante sensazione di muffa putrescente.

E poi successe l’incredibile. Fino a questo punto mi sentii sicuro di me. Il rumore dell’acqua era sempre più forte, iniziai a credere che forse ero finito, da ubriaco, in quella grotta e che la puzza che sentivo fosse un qualche tipo di sorgente sulfurea, come ne avevo già incontrato nelle mie precedenti progressioni speleologiche.

Come stavo dicendo, successe però qualcosa che mi ha cambiato la vita. Stavo cercando di scendere lungo un cunicolo abbastanza stretto, praticamente in verticale. Senza corde a disposizione, pensai di provare a scendere facendo contrapposizione con mani e piedi. L’obiettivo è rimanere sempre con tre arti su quattro appoggiati alle pareti, in modo da aumentare l’attrito. Ma non avevo tenuto conto del mio ginocchio, che aveva iniziato a farmi meno male (o forse mi ci ero abituato) ma che non riusciva a tenere il mio peso in quella situazione. Scivolai terribilmente, in una discesa lunghissima. Cercai di frenare in ogni modo tenendo le mani e i piedi contro le pareti e riuscii parzialmente nell’impresa, aiutato anche da una curvatura che mi aveva rallentato, fino a che non arrivai scivolando, nelle tenebre, ad un piano. Infatti nella caduta avevo perso la mia torcia.

Credo di aver perso i sensi e quando li ripresi, mi accorsi che l’aria era irrespirabile. Muffa e decomposizione. Vidi la mia torcia vicino a me, ferma contro quello che pensavo fosse una roccia. Ma raccogliendo la torcia, mi accorsi che non era affatto una pietra. Il mio portachiavi aveva fermato la sua corsa contro un teschio. Le ossa di quello che fu un cranio umano. Mi alzai di soprassalto, mi accorsi in quel momento di avere le mani piene di ferite e mi girò la testa, sentendo un dolore molto forte sulla nuca, che credo di aver battuto durante la caduta. Intorno a me, centinaia di ossa umane. Alzai quindi la torcia e zoppicai fino al centro della stanza che aveva, in modo spaventoso e impossibile, il pavimento composto da una grande lastra, liscia e pianeggiante. Al centro della stessa, una grande pietra, intagliata a formare un trono. Non riuscivo a capire. Pensai che forse la grotta era comunicante con un qualche tipo di sotterraneo, magari del monastero che avevo visitato ormai non so quante ore prima. Tutto intorno a me era silenzio, solo lo scorrere dell’acqua che proseguiva alla mia destra. Ad un tratto sentii salire un conato di vomito, per l’odore spaventoso che si faceva sempre più forte. Muffe e decomposizione, in una miscela terrificante. Ma quello che vidi, fu la cosa che non dimenticherò mai.

Girai infatti la torcia verso la direzione da cui sentivo una corrente d’aria e che presumibilmente stava portando verso di me i miasmi terrificanti che il mio olfatto percepiva. Vidi una cosa che non so descrivere, immaginate una massa informe di funghi, muffe, pustole e vermi. Nella massa sconsiderata e putrescente dinnanzi a me, potevo riconoscere una fila di tre occhi gialli, come quelli di un gatto e una bocca bavosa, che all’aspetto mi ricordava una pianta insettifera. Dentro di me sentii crescere la paura, vedendo che la creatura si muoveva su un numero incalcolabile di gambe nodose e che, dalla sua dimensione, probabilmente era proprio suo il trono che stavo osservando pochi minuti prima.

Da quel momento ricordo solo l’orrore di una corsa infinita, non sentivo più le ferite nelle mani, il mal di testa o il ginocchio gonfio. Correvo come un pazzo con i piedi sull’acqua di quello che credo fosse un torrentello sotterraneo. La puzza dietro di me continuava a seguirmi e ora che sapevo di cosa si trattava, non mi girai mai. Non so a che punto della discesa smisi di trovarmi il terreno sotto i piedi. Percepii il vuoto e la caduta. Poi solamente il gelo dell’acqua che entrava dentro i miei vestiti, il freddo nei miei polmoni e il buio totale.

Come ho già detto, mi sono svegliato all’ospedale che distava diversi chilometri dal paese che avevo visitato due giorni prima. L’oste, interrogato, disse di avermi visto allontanarmi ubriaco e che ero l’unico cliente di quella mattina. Ovviamente da solo non avrebbe potuto spostarmi neanche di un centimetro, disse la polizia. Io so che non è quello che è successo. Non sono stato l’unico ad essere calato in quella grotta, per diventare il sacrificio vivente di un essere informe e tremendo. Ho visto qualcosa. Probabilmente il mio rimanere in movimento, provare ad uscire, mi ha salvato. Se fossi rimasto fermo, sarei caduto in ipotermia molto prima e la “cosa” mi avrebbe colto nel momento in cui fossi rimasto senza forze, come probabilmente ha fatto con i miei predecessori.

Nessuno mi crede, ma io so che quella che vi ho raccontato è la verità. Lo so perché sento nelle mie narici quell’odore. Non sono più sceso in grotta con i miei amici speleologi e non lo farò più, perché le viscere della Terra sono abitate e non dobbiamo andare a infastidire chi le vive. Ogni sera tengo la luce accesa e guardo la televisione, per non pensare. Non riesco più a dormire come un tempo. Se chiudo gli occhi, mi sembra di essere nuovamente nel buio di quella grotta. E se ascolto bene, in lontananza, sento le stesse litanie di quel giorno. Perché è vero che qualcosa si nasconde nel sottosuolo, ma è anche vero che c’è qualcuno che adora questa creatura, che costruisce troni e che offre sacrifici per loro. Ho paura di quello che non conosco ma, prima di tutto, ho paura degli uomini e della loro perversione.

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