La fogna

Ricordo che, in gioventù, i miei amici writers la chiamavano “la fogna”, riferendosi al letto del Genica che attraversa la città di Pesaro. Un torrente, certo, ma dove vengono scaricati anche i peggiori liquami fognari. Fatto sta che, per cause del tutto fortuite, il mio luogo di lavoro si trovasse nei pressi di uno dei tanti ponti che lo scavalcano. Ed è lì che, in una mattina di primavera, lo vidi.

Stavo camminando velocemente: ero in ritardo per colpa del mercato cittadino del martedì che aveva creato ingorghi e che rendeva sempre difficile trovare un parcheggio nelle vicinanze del mio ufficio. Passai nel sottopassaggio davanti alla Chiesa della Madonna di Loreto e mi diressi verso il centro cittadino, quando un uomo mi fermò.

“Buongiorno, mi scusi tanto. Per me è umiliante chiedervelo, ma ho finito il denaro per il biglietto dell’autobus. Non è che può darmi qualche euro? Vedo che viene da Loreto, io conosco bene il parroco, Don Giuseppe. Per dimostrarle che sono una brava persona”.

Lo guardai e qualcosa nel suo modo di parlare, nell’innaturale movimento della sua bocca e dei suoi occhi mi provocò disgusto e repulsione. Pensai che si trattasse del solito accattone, in cerca di qualche spiccio per alcool o droga. Mi accorsi che intorno a lui ronzavano numerose mosche e fui preso da un conato di vomito che a stento seppi controllare.

“Mi dispiace non ho niente”, risposi senza neanche attendere la sua risposta e mi diressi verso l’ufficio.

Non pensai più a quell’incontro per giorni ma, mi resi conto, ogni volta che passavo su quel ponte che da una strada chiusa porta al sottopassaggio, sentivo sempre un ronzio fastidioso. Incolpai le mancate piogge che avevano reso il fiumiciattolo quasi secco, lasciando i suoi liquami e la sporcizia come lauto pasto per gli insetti. O, magari, stavano già tornando le maledette zanzare. Quindi iniziai a passare sempre più velocemente, come se quel ronzio e gli insetti mi perseguitassero.

Fu in un pomeriggio di qualche settimana dopo, che successe. Pioveva, quindi cercai di avvicinarmi il più possibile all’ufficio per non bagnarmi quindi pensai di provare ad arrivare in auto fino ad una via senza uscita, che costeggiava il letto del fiume, proprio nei pressi di quel famigerato ponte. Fui fortunato e riuscii a parcheggiare. Con l’ombrello in mano, diedi un’occhiata al Genica, che stava riprendendo con la pioggia fitta l’aspetto di un torrente, piuttosto che di un letto vuoto in cemento. Mi affacciai un po’ di più dalla ringhiera e lo vidi.

Non posso affermarlo con certezza, ma l’uomo che avevo incontrato qualche tempo prima, barcollava tra le tubature, nascondendosi sotto il ponte da occhi indiscreti. Riconobbi il volto anziano e rugoso. Ma mi parve, per un attimo, che si stesse sciogliendo con la pioggia e l’acqua, rivelando una pelle, se così possiamo chiamarla, diversa. Lo stesso stava accadendo alle sue mani e alle parti esposte e non coperte dai pesanti vestiti. I capelli si rivelarono essere una parrucca posticcia. Qualcosa di simile a un rettile era davanti a me, più simile ad un animale che ad un essere umano. Anche se io ci avevo parlato.

Mi incamminai a passo svelto ed entrai in ufficio, non proferendo parola. Mi dissi che mi ero sbagliato, che la pioggia era fitta e che, probabilmente, ho interpretato male quello che stavo vedendo. Comunque, dopo tanti anni, ancora non passo su quel ponte e quando ne sono costretto, mi sembra ancora di sentire uno strano ronzio e come degli occhi, malvagi e anfibi, che mi osservano.

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