La casa infestata

Questo racconto breve è il prologo de “Il Cacciatore di Incubi“, primo libro dell’omonima serie.

Non credo di riuscire ad esprimere quello che sento nel mio cuore e nella mia mente con semplici parole, ma proverò a lasciare questa ultima registrazione, prima di andarmene. Vedo la corda penzolare lieve dal soppalco, in attesa di potermi stringere al suo cospetto e darmi finalmente la pace.

Era una maledetta mattina di autunno, grigia e silenziosa. Mi avevano chiamato o, meglio, avevano ingaggiato l’azienda di disinfestazione per cui lavoro per un sopralluogo. I vicini si erano lamentati con il proprietario, un ereditiero milanese, per gli strani rumori che si sentivano durante la notte provenire dall’abitazione circondata da un incolto grande giardino. Dovevo verificare la presenza di animali o altro che potesse infastidire i complessi abitativi comunicanti, un lavoro semplice.

I vicini hanno paura dei topi, ma non sanno cosa si nasconde dietro quelle mura. Non farebbero giocare i loro bambini sulla strada, non potrebbero più dormire la notte. Come sta accadendo a me, ormai da troppo tempo.

Ho parcheggiato il furgone proprio davanti al cancello e sono entrato grazie alle chiavi fornite dal proprietario per posta. Il giardino era infestato da erbacce e rampicanti, ma si poteva ancora riconoscere la bellezza del luogo, con panchine e fontane in pietra. In quel momento nulla mi parve strano, neanche la strana torre che sormontava una parte dell’abitazione. Ho pensato ad un architetto abbastanza fantasioso, per una casa che dai documenti mi risultava essere stata costruita nel dopoguerra.

Sicuramente era necessario procedere con un intervento esterno, topi e altri tipi di parassiti potevano nascondersi in quel caos, così ho scritto sul mio verbale. Idiota che non sono altro.

Quando sono entrato nella casa il tanfo e l’odore di muffa mi ha permeato le narici. Le imposte erano state inchiodate, quindi non potevo fare entrare la luce del sole. Ma almeno, aprendo le finestre, un po’ di ossigeno è entrato in quel luogo malsano. Il piano terra mi sembrava in ordine, nonostante la polvere e le numerose ragnatele non c’era traccia di escrementi di animale o altre sostanze nocive.

Evidentemente, la casa era stata lasciata così fin dalla morte del precedente proprietario.

Provai a scendere al piano di sotto per controllare la cantina. Scendendo le scale, l’odore di muffa si è fatto micidiale. La porta era sprangata e contavo di ritornare con gli attrezzi che avevo lasciato nel furgone. In quel momento ho preso la decisione che mi ha rovinato la vita, quella di salire sulla torre.

Da fuori mi sembrava molto carina, con delle belle vetrate colorate e decorate di ottimo gusto, quindi mi presi la briga di salire senza troppi pensieri. Spesso i sottotetti ospitano colonie di pipistrelli e potevano giustificare i rumori sentiti dai vicini. Mentre salivo le scale, sentivo salire in me una strana eccitazione, come quella di un bambino che esplora una casa abbandonata per trovare i fantasmi che dimorano in essa. La mia impressione non era del tutto sbagliata.

Arrivato in cima alla scalinata, ho aperto la porta che divideva il corridoio dal piano superiore e mi sono trovato davanti allo spettacolo più terribile e incomprensibile della mia vita. Infatti mi aspettavo di trovare le deliziose vetrate che avevo visto dal giardino e di potermi godere il paesaggio del quartiere residenziale dall’alto.

Dalle finestre, infatti, ho visto un mondo del tutto diverso dal mio. Il cielo era scuro, le lune nel cielo emettevano una luce verdastra che creava strani riflessi sui palazzi neri come la pece. Vidi creature volanti che si uccidevano l’un l’altra, strani esseri striscianti che si contorcevano. Sono fuggito, in preda al panico, giù per le scale.

Arrivato al piano terra, ho sentito quel rumore. Come di qualcuno, qualcosa, che cercasse di uscire dalla porta sbarrata della cantina. Sono corso via da quella casa maledetta più velocemente che ho potuto, sono salito sul furgone e sono tornato a casa. Mentre scappavo, era come se l’aria si stesse trasformando, sentivo il tanfo delle muffe dentro la mia bocca.

Eccomi qui, con questa vecchia telecamera a riprendere la mia ultima testimonianza. È come se quel fetore non se ne volesse andare dalle mie narici. Negli occhi ho ancora quella immagine, un mondo terribile e malsano. Non riesco ad accettarlo. Sto veramente impazzendo, sento quel rumore orrendo di nuovo come se fosse qui, dietro la porta che mi isola dal mondo esterno. La corda appesa al soppalco mi farà tornare libero.

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