L’idolo

Mi svegliai come se non mi fossi mai addormentato, come tutte le notti dell’ultima settimana. Qualcuno crede che l’ansia e le difficoltà al lavoro mi abbiano portato ad un acuto stato di nevrosi. Mi alzai dal letto, stanco, e mi trascinai in cucina per un caffé. Accesi la televisione, distrattamente, e la sintonizzai sul notiziario. Omicidi, politica, spettacolo, nulla di nuovo. Quando arrivarono al servizio dedicato alla cultura, il panico emerse improvvisamente, partendo dal mio petto, sgorgando paura.
La notizia non era nulla di che: un pescatore siberiano, un certo Nikolay dal cognome impronunciabile, aveva ritrovato nelle reti un reperto che gli archeologi stimavano potesse avere quattromila anni, una divinità pagana, raffigurante un uomo pesce, in corno fossilizzato e quindi praticamente intatta. L’onesto pescatore, l’aveva ritrovata esattamente una settimana prima, e donata al museo locale di Tisul, nel sud della Siberia. Alla vista della orrenda rappresentazione, la mia vita per come l’avevo sempre vissuta, finì.
Nei giorni seguenti, il sonno non tornò e decisi di chiedere al mio datore di lavoro qualche giorno di malattia, per riprendermi e riposarmi un po’ di più. Ma la mia mente tornava sempre sulla maledetta statuetta. Una notte, in preda ai tremori di una strana febbre, decisi di prenotare il primo volo per Kemerovo, con l’idea che vedere con i miei occhi quell’oggetto, mi avrebbe finalmente fatto capire che in realtà non c’era niente di cui avere paura, che era tutto nella mia mente. Fortunatamente, se possiamo chiamarla fortuna, trovai un volo dell’ultimo minuto per il giorno successivo, quindi passai il resto della nottata a preparare le valige e selezionando i vestiti adatti al gelo siberiano, mentre una incontenibile agitazione continuava a tormentarmi le membra stanche. L’indomani sarei stato a Tisul e tutto sarebbe venuto a galla.

Il freddo vento siberiano fischiava, mentre attendevo con ansia all’interno della mia camera d’albergo. Quasi nessuno parlava inglese, fortunatamente il tassista che mi accompagnò mi diede una mano a trovare una sistemazione in una pensione economica, con la promessa di venirmi a riprendere il giorno successivo, nello stesso posto, per riportarmi all’aeroporto di Kemerovo, giusto il tempo di recarmi al museo e poi ripartire. Mi sentii molto meglio durante il viaggio, mentre ragionavo sulla stupidità delle mie azioni: un pescatore trova un idolo, una statuetta dell’età del bronzo in un fiume, e io parto per la Siberia per cercarla, per ritornare a dormire e ritrovare la tranquillità, pensai. Mentre guardavo le strade vuote della città, vidi lentamente apparire delle figure che si muovevano nell’oscurità della notte gelida. Prima una, poi due, poi piccoli gruppi che si affrettavano per le vie della città. Tutte erano coperte da pesanti mantelli e mi decisi a seguirli, noncurante del freddo e del pericolo. La hall era deserta e mi accorsi che il custode dormiva profondamente e nella sedia al suo fianco vidi uno dei pesanti mantelli che avevo già visto indossare agli individui che si aggiravano per le strade. Dalla puzza di alcool non si sarebbe risvegliato a breve, quindi misi il mantello sopra i miei vestiti e mi lanciai all’inseguimento.
Mi affiancai, a debita distanza, ad un altro piccolo gruppetto. Nessuno fiatava e questo mi rassicurò, perché potevo vedere cosa stava succedendo senza rivelarmi uno straniero, visto che il cappuccio copriva quasi totalmente il mio volto.
Con stupore, vidi che la folla si era riunita davanti al piazzale del Museo di Storia della città. Infatti avevo scelto una pensione vicina al museo, in modo da potermi muovere liberamente senza mezzi. In quella notte silenziosa, vidi centinaia di ombre incappucciate che osservavano e attendevano qualcosa. Mi misi su un lato, per non ritrovarmi bloccato.
In quel momento, vidi in lontananza un’altra figura, più alta, uscire dal museo cantilenando qualcosa in una lingua a me sconosciuta. Nelle sue mani, anche se non potevo vederla con precisione, la statuetta per la quale ero arrivato fino in Siberia. Tutti iniziarono a dimenarsi e a cantare a loro volta in questo idioma antico e fastidioso, mentre io indietreggiavo ulteriormente.
Potrei sbagliarmi, perché ero troppo distante, ma quando l’alta figura che reggeva l’idolo si spogliò del suo cappuccio, vidi due occhi enormi e tondeggianti, come quelli di un pesce, con una bocca senza labbra e un naso impercettibile. Sulla sua schiena scendeva una lunga treccia, mentre il resto del corpo era, fortunatamente, coperto da una lunga tunica scarlatta. Il panico si impadronì di me e caddi in un sonno profondo, gettandomi in un vicolo nascosto.
Sognai, come se stessi ricordando. In quel momento mia madre, con me da bambino, che parla di suo padre, cioè mio nonno, che non ho mai conosciuto perché morto prima ancora che io nascessi. Ricordo lei che dice di non sapere nulla di lui, se non che era orfano ma originario della Russia, un disertore dell’Armata Rossa, scappato dalla Germania liberata per rifarsi una nuova vita in Italia, dove si era sposato con una giovane ragazza. In quel momento il sogno cambia e vedo il volto di mio nonno, così simile al mio, ma più anziano, che dice solamente una frase: “Lui ti chiamerà”. La dice in russo, ma nel sogno io lo capisco. Poi vedo, nella mia onirica pazzia, il volto demoniaco del mostro, con in mano la statuetta che lo raffigura.

Mi svegliai all’ospedale di Tisul. Il medico, in un inglese insicuro, mi disse che mi avevano trovato all’alba, nel vicolo dove mi ero nascosto, in ipotermia, appena in tempo per essere salvato. Mi informò anche di alcuni miei deliri, ma non capendo l’italiano non sapevano dirmi che cosa avessi detto, seppure fosse chiaro che qualcosa mi aveva tremendamente spaventato, mentre ero in preda alla febbre. Firmai tutti i moduli per il rilascio, nonostante i dottori fossero contrari, prendendomene la responsabilità. Era quasi l’ora di pranzo, mi rimanevano un paio d’ore prima che la mia auto mi riportasse all’aeroporto. Andai al museo, ancora frastornato e indeciso su quello che avevo visto o sognato la sera precedente. Dovevo vederlo di nuovo, con i miei occhi. Ed era effettivamente lì, nella sua teca, esposto per i visitatori. Quegli occhi maledetti che mi osservavano, come quelli dell’uomo, o della cosa, che avevo visto nella notte, con una lunga treccia pelosa sul retro dell’idolo. In quel momento mi resi conto di essere tranquillo, in pace con me stesso, nonostante il grande terrore e il rischio che avevo corso. Mi resi conto che non potevo fare nulla, che mio nonno aveva abbandonato la sua lontana città della Siberia per fuggire dal terrore e dai rituali oscuri professati dai suoi concittadini. Quello che chiudi dietro una porta, ritornerà comunque a tormentarti. Continuai la visita al Museo, distrattamente, in attesa di tornare a prendere le mie cose alla pensione, per poi salire sul taxi in direzione Kemerovo.

Pensate che io sia pazzo, ma mentre sono qui, nella mia bella e ridente cittadina che si affaccia sul Mare Adriatico, rido guardando i bagnanti, le coppie che passeggiano e le biciclette che sfrecciano davanti ai miei occhi, in questi primi giorni d’estate. Ma io so che, presto, dovremo tutti inchinarci al cospetto di divinità più grandi e antiche di quelle che veneriamo ogni settimana nelle chiese, nelle moschee e nelle sinagoghe. Ci sono luoghi nel mondo dove le religioni sono più antiche e più terribili, per le quali non scoppieranno guerre, perché la distruzione verrà direttamente da coloro che veneriamo.
Ho radunato un folto gruppo di persone, ho preso contatti anche con altri gruppi per tutta la nazione. Siamo tanti, siamo quelli che vi servono la colazione e che vi tagliano l’erba in ufficio. Siamo quelli che investono i vostri maledetti e inutili soldi e che vi consegnano ogni giorno la posta. Noi sappiamo la verità e viviamo in un terrore infinito e in un desiderio ardente di vedere l’apocalisse. In casa ho anche io un mantello nero, dentro il mio armadio. Me lo sono riportato a casa, quel giorno d’inverno a Tisul, quando mi si sono aperti gli occhi e la mente all’incommensurabile terrore della realtà. Quando anche voi vorrete farlo, sarò lì per guidarvi nelle tenebre. Fino ad allora, se sentirete nella notte dei canti antichi come la Terra stessa, scappate e disperatevi, perché quello che possiamo riportare in vita è crudele.

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