Il tempio

Il freddo spezzava le labbra di Ewan sotto i folti baffi rossastri. Sbuffava fatica e nuvole di vapore.

“Andreas, mi si stanno congelando le palle. Sei sicuro che il sentiero sia questo?”

Il guascone si voltò e si limitò a scuotere il capo. Anche lui non aveva idea di dove si trovassero. Ewan bestemmiò e si rivolse nuovamente al suo silenzioso compare.

“Questo vento grida più di un condannato a morte. Se la smettesse potremmo sentire quei figli di puttana della Kraken Volante che se la spassano mentre noi siamo qui.”

“Ci abbiamo messo troppo, il sole è già calato e le nuvole coprono le stelle. Se continuiamo a camminare ci allontaneremo ulteriormente dalla corvetta.”

“Troppo? Quel maledetto tempio non esiste. Pedraig si è sbagliato. Non sarebbe successo se il Capitano Barley…”

Andreas lo guardò severo dall’oscurità. Ewan non poteva vederlo, ma immaginava il suo volto truce. Bestemmiò in occitano e parlò calmo. Nel buio allo scozzese parve di intuire un sorriso.

“Che io sia maledetto, quello è il Tempio.”

Ewan si voltò seguendo il dito puntato di Andreas. Un muro di pietra nel mezzo della foresta ghiacciata.

“Entriamo bastardo francese, mi sembra di vedere una porta. Accendiamo un fuoco e riprendiamo domani all’alba.”

Andreas annuì, poi gli si avvicinò e sussurrò all’orecchio.

“Chiamami ancora francese e ti apro in due. O forse come a tutti gli scozzesi ti piace fare il cane da guardia di Sua Fottuta Maestà?”

Risero ed entrarono nel Tempio insultandosi.

Non fu facile accendere il fuoco, la legna intorno al Tempio era fradicia. Ma ne era valsa la pena. Si asciugarono le ossa e i vestiti, ingollarono dalla fiasca di Ewan un po’ di whiskey irlandese e si stesero vicino al falò. Il lungo corridoio li invitava ad antiche e gloriose esplorazioni, ma i due pirati se ne guardarono bene.

“Che ci pensi O’Leary e i suoi scagnozzi. Io non mi vado ad ammazzare tra trappole e chissà quali bestie. Poi la nostra parte di malloppo ce l’abbiamo lo stesso” aveva esordito Ewan prima di coricarsi. Un riposo che non durò a lungo.

“Andreas che cazzo stai facendo?”

Il rumore sordo aveva destato il sonno leggero e costellato di strani incubi di Ewan. Si alzò a sedere sul duro pavimento in pietra del Tempio. Il fuoco era ancora acceso, Andreas era sparito.

“Guascone, dove sei? Sei fuori a pisciare?”

Nessuna risposta, solo il grido incessante del vento della montagna. Ewan si alzò pigro e si affacciò alla porta. Non vide nessuno. Tornò davanti al fuoco e si sfregò le mani davanti alle fiamme sempre più basse. Si costruì una torcia, una pratica che aveva imparato quando era ancora un soldato scelto di Sua Maestà e si avviò verso il lungo corridoio. In che guaio si sarà andato a cacciare?

Le pareti umide riflettevano sinistre la luce della torcia improvvisata. Ewan prese in mano, per istinto, la pistola. Continuò a chiamare il nome del suo amico ma non rispose. Solo un’eco dei suoi passi e della sua voce, nulla più.

Camminò ancora, inoltrandosi sempre più a fondo nelle viscere della montagna. L’aria si faceva via via più calda più si allontanava dall’ingresso del Tempio. Le pareti erano sempre meno levigate. Gli intarsi e le colonne divennero stalattiti e stalagmiti, lo stillicidio della grotta sostituì preso l’ululato del vento. Intorno a lui stelle d’acqua riflettevano la sua piccola luce.

Di Andreas nessuna traccia.

Decise di tornare indietro, la torcia si andava lentamente ad esaurire. In quel momento sentì qualcosa muoversi all’interno del cunicolo. Tremò, ma non per il freddo.

“Chi va là? Andreas?” provò timidamente ad esclamare.

Di contro, il rumore cessò di colpo. Un suono che era uno strisciare e un gorgogliare.

Deve essere una sorgente termale o qualche altro fenomeno naturale. Mi sto cagando sotto per niente.

Fece qualche altro passo e l’eco della grotta riprese ad accompagnarlo. Rimase vigile e si accorse che il rumore aveva ripreso. Chiuse gli occhi e rimase fermo, in ascolto. Il suono rivoltante alle sue spalle gli ricordava un budello saturo d’aria ed escrementi. Immaginò un enorme sfintere e rigurgitò un conato. Attese che esso si fece più vicino, la bocca gli si seccò, il cuore pulsava sulle tempie. Quando decise di averne abbastanza, si voltò di scatto.

La torcia illuminò per un attimo qualcosa nella grotta. Un indescrivibile abominio sotterraneo. Ewan lo vide solo per un secondo, ma bastò a convincerlo.

Scappò, corse senza riuscire ad emettere alcun suono. Avrebbe voluto urlare, ma il suo petto e la sua gola e la sua mente erano separate da un muro di paura e follia.

Superò le concrezioni, poi le lisce pareti del Tempio decorate di esseri terribili e antichi come la Terra stessa, dagli abissi alle profondità infuocate dei vulcani. Vedeva in lontananza il piccolo balenio di quello che rimaneva del falò. Andreas era steso dove la sera prima aveva preso sonno.

Sentendo arrivare il suo compare, si svegliò. “Ewan ma che cazzo…”

Non lo ascoltò, si voltò verso il lungo corridoio e sparò. Il colpo rimbalzò numerose volte e un verso inumano e straziante gridò vendetta. Andreas si mise in piedi con un colpo di reni e si avvicinò a Ewan, che guardava con gli occhi sbarrati il buio, il ferro ancora puntato.

Il guascone lo trascinò fuori con sé, lo spintonò e lo invitò a correre. Così fecero, incessantemente, trovando le forze nel terrore e nell’istinto di sopravvivenza. Fino a che l’alba non si specchiò sulla prua e sulle vele della Kraken Volante.


Pedraigh O’Leary li fece sedere nella cabina del Capitano. Il Quartiermastro irlandese della Kraken Volante era esausto. “Fatemi capire. Ewan non si ricorda nulla di ieri notte” indicò l’omone scozzese poi passò all’altro uomo “mentre tu, Andreas, dici di averlo visto scappare da qualcosa che hai solo sentito o, aggiungo, creduto di sentire all’interno del Tempio. La mappa” indicò l’antico documento posto sul tavolo “parla chiaramente di un’enorme quantità d’oro. Dovrei quindi convincere il Capitano De Grasse a rinunciare al bottino?”

Quelli annuirono, poco convinti.

Go dtachta an diabhal thú! Siete due cacasotto, avrete sentito il vento o qualche cosa del genere, avete bevuto, eravate praticamente in ipotermia. Vorreste che io andassi a raccontarle le vostre farneticazioni?”

In quel momento la porta si aprì, Angéline De Grasse si levò il cappello liberando una infinita cascata di capelli castani. Un sorriso malizioso si sposò malamente con i suoi occhi severi. Uno sguardo che era dedicato a Pedraigh.

“Quali farneticazioni, Quartiermastro?”

“Storie di mostri raccontate da due ubriaconi spaventati.”

La donna sorrise, si versò un calice di Arbois e si sedette su una poltrona consumata dal tempo.

“Fate svelto, c’è da recuperare un tesoro. Quanto fuoco dobbiamo portarci in quel Tempio maledetto?”

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