Il ritorno dell’alchimista [Crypt Marauders Chronicles]

Questo racconto è ambientato nel mondo di Thanatolia, creato dalle menti di Alessandro Forlani e Lorenzo Davia per Crypt Marauders Chronicles.

 

PARTE 1

La lampada emetteva strane ombre colorate nella stanza. L’alchimista lavorava silenzioso, attento.

“Non esagerare con la Polvere di Ibn Ghazi, apprendista. La Necrotina è una droga non di facile preparazione.”

Il ragazzo sussultò.

“No… no… non è possibile. Maestro, voi siete morto!”

“Eppure sono qui.”

“Dicono che il vostro corpo è… esploso… dopo essere stato trafitto da innumerevoli frecce. Ne parlano tutti i mercanti tornati da Masarat.”

“Eppure sono qui.”

“Non è possibile tornare dalla morte. Questo vale anche per voi, maestro.”

“Per la terza ed ultima volta. Eppure sono qui.”

L’apprendista rimase in silenzio, domandandosi se davanti a lui ci fosse un fantasma, un risorto o semplicemente Bankimul, scampato al torneo di Ghasulgha.

Lo osservò con la coda dell’occhio. Il maestro si spogliò dinnanzi a lui e si fece il bagno. Il corpo ricoperto di tatuaggi blasfemi, simbologie antiche come gli abitanti degli abissi del Mortirreno.

“Ismah” la sua voce interruppe i pensieri del giovane “il torneo di Masarat era una geniale trappola. Mi hanno ingannato”. Immerse la testa nell’acqua, dopo aver disciolto da un’ampolla un liquido profumato che, nella penombra della stanza, emetteva una lieve luce giallastra.

“Intendete vendicarti di Ghasulgha?”

“Ghasulgha è solo un folle circondato da persone pericolose, l’umiliazione perpetrata dal vincitore del torneo, Kurd è già una punizione degna. No, apprendista, non mi riferisco a lui. Qualcuno ha fatto il mio nome. Quello che gli altri partecipanti al torneo non hanno capito è che eravamo tutti lì per una ragione. Venduti, perché orgogliosi. Volevamo fregiarci di un titolo senza significato.”

“Non vi seguo, maestro.”

“Il mio tramite è stato un venditore di elisir del Gran Bazar di Tijaratur. Uno di quelli che vengono dall’entroterra. Stanotte vado a parlarci.”

“Intendete sul serio parlarci?”

“Anche, Ismah. Anche.”

L’uomo era nudo, legato al pesante letto in legno. La pancia flaccida e il membro moscio erano ridicoli, come le sue lacrime. Sul pavimento, due ragazzini, un maschio e una femmina, anch’essi senza vestiti. Il destino degli orfani di Thanatolia: meglio una buona morte che una vita a soddisfare le voglie di questi schifosi.

“Sai perché sono qui?”

La voce profonda di Bankimul era un lontano tuono nella stanza buia. Il vecchio ignudo continuava a piangere e a chiedere pietà.

“Chi ti ha comprato? Chi ti ha consegnato il messaggio?”

“Non lo so, ti prego. Non farmi del male. Posso pagarti quanto vuoi, lo sai.”

“Non mi interessa il tuo denaro. Voglio un nome.”

“Non conosco il nome. Uno mi ha detto di portarti il messaggio e io l’ho fatto.”

“Bene, allora mordi questo. Non voglio che tutto il Grilletto Magico venga a ficcare il naso.”

Prese un rotolo di stoffa ruvida e gliela spinse in bocca.

“Ora che finalmente hai smesso di renderti ridicolo. Passiamo a noi. Guarda questa ampolla, ti piacerà. Cominciamo dal tuo addome flaccido.”

Il liquido corrose la pelle e la carne, poche gocce come avvertimento. L’uomo emise un grido soffocato.

“Se non vuoi che le prossime gocce sciolgano il tuo cazzo moscio, vedi di darmi un nome.”

Togliendoli il bavaglio, il mercante si sciolse.

“Basta, ti prego. Non farlo. Se ti dico il suo nome, io sono morto.”

“Oh, ma se non lo dici sei morto lo stesso, ma prima ti sciolgo l’uccello con l’acido e quello che ne rimane te lo faccio mangiare.”

“Azaroth-al-Abel, il suo nome è Azaroth-al-Abel.”

Azaroth-al-Abel. Il negromante del Deserto di Cenere.

“Voleva farti allontanare dalla costa per un po’, qualcosa che centra con una nave. Mi ha dato il biglietto d’invito per il torneo di Masarat e io te l’ho consegnato, non è stata colpa mia.”

“Hai venduto la persona sbagliata. Dai un ultimo saluto al tuo cazzetto. Eldur l’Eunuco.”

Bankimul uscì come era entrato, dalla finestra della camera del Grilletto Magico. Silenzioso e quasi invisbile nella notte. Alle sue spalle, grida immonde di dolore e rabbia.

“Ismah, attendi qui. Se senti tirare la fune, issami su. Ho aria da respirare per dieci minuti al massimo. Passato quel termine, saprai che non c’è più nulla da fare. Se non dovessi tornare, porta la mia vendetta al negromante conosciuto con il nome di Azaroth-al-Abel.”

“Ma perché non andare a cercare lo stregone? Perché affrontare gli abissi?”

“Devo sapere il motivo per il quale sono stato venduto. Cosa nasconde questa nave maledetta. L’hanno bruciata e affondata, le locande sono ancora affollate degli scuri marinai che la portavano e nessuno di loro è raccomandabile. Portano il segno del mare.”

Bankimul indossò il pesante elmo e se lo chiuse ermeticamente, verificò i tubi collegati al pesante contenitore sulla schiena: la sua riserva d’aria. Si legò i pesi alla cintura. Per un attimo i suoi occhi si fermarono su quelli di Ismah. Non vi era affetto, stava solo saggiando la
fiducia nel suo apprendista. La fiocina nella mano destra era pronta all’uso. Poi si gettò nel porto.

La nave era lì, dove era affondata. O, almeno, quello che ne rimaneva. Legno annerito dall’incendio, brandelli di vele e corpi divorati dai pesci. Si fece portare a fondo dalle pietre legate alla vita, perlustrò il relitto muovendosi lentamente: non era rimasto granché. Poi un bagliore attirò la sua attenzione.

Una forma allungata, in vetro. Una cassa o, forse, una bara. Sembrava contenesse qualcosa. O qualcuno. Si avvicinò ancora. L’essere contenuto nella bara, il coperchio al suo posto a difenderla dall’acqua e dalle intemperie. L’alchimista mantenne la calma, respirò lentamente per non sprecare la poca aria rimasta.

Tolse il guanto e appoggiò la mano sul vetro levigato, dove la creatura giaceva, dormiente. Scrutò il volto tentacolato, il corpo pieno di scaglie. Poi arrivò il buio. L’abisso. Un esercito in attesa. Un amuleto andato perduto. Un ritorno atteso e temuto nel Deserto di Cenere.

Ora è tutto chiaro.

Come al risveglio da un sogno, ritornò in sé. Strinse le mani al collo, l’aria stava finendo. Poi slacciò la cintura per tentare la risalita. Rimase sul fondo, bloccato da mani appiccicose e palmate. Un colpo dalla fiocina andò a vuoto, poi il grido silenzioso negli abissi. Ghigni blasfemi e immondi di esseri che vegliano e proteggono il loro padrone, in attesa del suo risveglio.

Posso aiutarvi. Grida. Azaroth-al-Abel.

Il nome del negromante si accompagna all’ultimo respiro, l’acqua e il sangue si uniscono in un atroce balletto.

Ismah sedeva tranquillo, in attesa. Portava i colori del suo maestro negli abiti e sulla pelle. In un angolo, nascosto dagli sguardi, si accese la pipa: un miscuglio di tabacco, Polvere Amb’ab e decine di altri ingredienti sconosciuti ai più.

Quando lo vide entrare, si alzò e si accostò a lui.

“Kurd l’Imbattibile, è così che ti chiamano, vero? Ma nei tuoi occhi vedo il Rinnegato che eri e che sempre sarai. Saresti potuto tornare al tuo palazzo, al di là del Mortirreno. Ma non lo hai fatto, perché il senso di colpa e la rabbia sono più forti del tuo desiderio.”

“Se sei qui per insultarmi continua pure, mi stai divertendo. Ma se hai altro da dire fallo. Ma…  i tuoi vestiti, i pigmenti sulla pelle… no, non sei lui. Sei un volgare imitatore.”

“No, io sono il suo apprendista. Questa volta il mio maestro non è tornato dalla tomba, giace nel fondo del porto e sfama i pesci, gli squali e creature ben peggiori. Ho promesso a Bankimul che avrei portato a termine la sua vendetta, ma non sono potente come lui. Dimmi qual è il tuo prezzo.”

“C’è da saccheggiare?”

“In quantità, da quello che si dice.”

“Allora avrai la tua vendetta, mentre io avrò tutto quello che riuscirò a caricare sul mio carro.”

“Mi era sembrato di capire che, dopo il torneo di Masarat, non avessi più bisogno di denaro.”

“Per quello che voglio fare, me ne serve molto di più. I fuochi fatui e gli orrori del Deserto di Cenere cambiano le prospettive di un uomo.”

“Ci sto. Partiamo domani mattina.”

“Chi dobbiamo accoppare?”

Ismah sorrise sinistro.

“Saremo gli uomini che uccideranno l’Evocatore, il negromante Azaroth-al-Abel!”

 

PARTE 2

“Sei sicuro di quello che stiamo facendo?”

Kurd si girò verso l’alchimista e sorrise.

“La notte prima del grande torneo di Masarat è venuto a trovarmi. Ha citato Azaroth-al-Abel. Questo è l’unico indizio che abbiamo per trovarlo.”

“Non è del tutto vero.”

“No, non tornerermo da Ghasulgha.”

“Per il momento, spera che il tuo stregone sappia dove trovarlo.”

“Non è uno stregone, è qualcosa di diverso. Usa la meccanica e la scienza per creare delle armi, ma non solo.”

“Lo rispetti.”

“Mi ha aiutato e non mi doveva niente.”

Ismah, il discepolo di Bankimul, lo sfidò.

“Allora è un idiota.”
“Ricorda che dei tesori di Azaroth-al-Abel posso fare a meno, non so se tu puoi dire lo stesso del mio aiuto.”

“Credevi anche che il mio Maestro fosse morto nell’arena. Invece l’ho visto apparire a Tijaratur vivo e vegeto. Sei un ingenuo, è stata questa la causa del tuo fallimento.”

“Cosa vorresti dire?”

“La tua famiglia, rovinata dalla tua lussuria.”

“La amavo.”

“Evidentemente, Kurd l’Imbattibile, non eri ricambiato.”

Da quel momento fecero silenzio, in lontananza i cenerei vapori dei camini di Handelbab violentavano le stelle, mentre i fuochi fatui li avvolgevano nella notte del deserto.

 

“Se volevate cogliermi di sorpresa avete proprio sbagliato luogo per fare domande.”

L’uomo era in piedi dinnanzi a loro. Sorridente.

“Mastro Liovio”, Kurd si alzò immediatamente in piedi “vi stavamo cercando.”

“Lo so benissimo.”

Per un attimo una smorfia apparve nel volto di Romualdo Liovio, quando con la coda dell’occhio gettò il suo sguardo su Ismah. Riconobbe i segni. Poi riprese.

“Siete venuti nella locanda di un mio vecchio amico Lucas” indicò l’ormai non più giovane uomo dietro al bancone, “ma se rimanete qua per questa notte non mancherà di raccontarvelo, è l’uomo che ha svaligiato la città fantasma di Lebethia. Si è comprato questa locanda dopo la morte dei Fratelli del Dolore. Ma queste sono vecchie storie. Sono più interessato a sapere perché il vincitore del torneo di Masarat e quello che suppongo sia il discepolo di Bankimul sono venuti a cercarmi attraversando tutto il continente di Thanatolia.”

Prese parola l’alchimista.

“Mastro Liovio, io e voi abbiamo una conoscenza in comune, desidero incontrarla. Sto parlando dell’evocatore e negromante Azaroth-al-Abel.”

“Ragazzo, è passato molto tempo. Se fossi in voi mi terrei alla larga da lui.”

“Non posso farlo. Ha cercato di uccidere il mio maestro al torneo di Masarat.”

“Ha cercato? Ma io l’ho visto…”

“Questa è una storia lunga” intervenne Kurd, “vi prego fatelo finire Romualdo.”

“Stavo dicendo” riprese scocciato Ismah “che lo ha cacciato nella trappola del torneo di Masarat per levarselo dai piedi definitivamente. Voglio sapere perché.”

“E il tuo maestro Bankumul? Perché non se ne occupa lui stesso?”

“Nella ricerca del suo nemico ha perso, questa volta sul serio, la vita.”

“Cerchi vendetta o cerchi risposte?”

“Entrambe, se possibile.”

“Una risposta te la posso già dare: anche io sono stato venduto a Ghasulgha da Azaroth-al-Abel, anche io nei piani del negromante avrei dovuto perire durante il torneo. Fortunatamente io e Kurd ci siamo fatti valere.”

“E allora aiutaci, portaci da Azaroth-al-Abel.”

“Non posso, sono già tornato da lui e questo è il risultato. L’ho sottovalutato.”

Alzò l’orlo dei pantaloni per mostrare una protesi di metallo e legno.

“Sono in grado di camminare, ma non chiedetemi di tornare nel Deserto di Cenere. E poi c’è questo.”

Aprì la camicia sul petto per mostrare una ragnatela scura sul suo petto.

Kurd indietreggiò. Ismah, di contro, si portò più vicino.

“Sei stato avvelenato, morirai presto senza le giuste cure.”

“Nessuno può farlo, mi sono rassegnato. Alla fine Azaroth-al-Abel avrà anche la mia vita, dopo quella del tuo maestro.”

L’alchimista sorrise.

“Io posso farlo. Poi ci accompagnerai dal nostro comune nemico.”

“Le mie condizioni non lo permettono. Sono vecchio e lento con questa gamba. Ma forse, se veramente puoi curarmi, qualcuno vorrà aiutarvi e non riuscirò a convincerla a non farlo?”

Kurd si ridestò.

“Convincerla?”

Alle loro spalle, una voce femminile li sorprese.

“Padre, se veramente può curarti, il nostro debito sarà saldato solo accompagnandoli al tempio di Azaroth-al-Abel”.

 

“Gradirei che per un momento mi levaste gli occhi dal culo”.

Caterina Liovio camminava davanti ai due uomini.

“Stiamo andando a bussare alla porta dell’evocatore Azaroth-al-Abel, potreste iniziare a ragionare con il cervello invece che con il vostro membro?”

Kurd arrossì e abbassò lo sguardo colpevole. La ragazza, era alta e slanciata, i lunghi capelli castani raccolti in una treccia. Non poteva definirla formosa, ma dovette ammettere di aver lasciato scivolare il suo sguardo ai pantaloni aderenti.

Ismah non si preoccupò, rise.

“Se devo morire, almeno voglio farlo in compagnia di una giovane rampolla di Handelbab.”

Caterina si voltò severa.

“Mettiamo le cose in chiaro: hai salvato mio padre da morte certa e di questo ti ringrazio. Ma siete un pretesto, da tempo desideravo porre fine alla miserabile vita di Azaroth-al-Abel. Ha cercato di uccidere l’unica persona che mi rimane al mondo e, tanti anni fa, ha insinuato nella sua mente degli oscuri pensieri, delle paure che grida ogni notte tormentato dagli incubi. Se pensate che solo lontanamente mi possa concedere a uno di voi, vi sbagliate di grosso. Ora muoviamoci.”

Ismah si avvicinò viscido a Kurd.

“Mi piace questa ragazza, quando sarà tutto finito mi ci voglio divertire un po’.”

Kurd provò una profonda rabbia, pensò di colpirlo con un dritto ben assestato, ma si trattenne.

Siamo in pochi, prima uccidiamo l’evocatore.

Proseguirono a capo chino. La ragazza con un pesante zaino sulle spalle, pieno degli strumenti e invenzioni di suo padre Romualdo. Ismah aveva una piccola borsa, ampolle di ogni tipo tintinnavano ad ogni passo, qualche pugnale nascosto sotto la tunica nera. Kurd portava la sua spada, Punizione, e nient’altro.

In lontananza il Tempio, antico e abbandonato, ora la casa di Azaroth-al-Abel.

 

Si aspettavano di trovare qualcuno per fermarli, ma nessuno si oppose.

“Mio padre mi ha raccontato” sussurrò Caterina, “che Azaroth-al-Abel sa sempre che stai arrivando. Non facciamoci ingannare né dal suo aspetto né dai suoi modi affabili.”

Il tempio era antico, impossibile definire quanto. Le sue stanze di pietra un tempo dovevano essere affrescate di donne e di un mondo scomparso. Le immagini sono graffiate via dal tempo e dalla furia di qualcosa che aveva deciso di dimenticare.

“Secondo le leggende” sospirò Ismah “un tempo Thanatolia era molto diversa. Dove ora c’è solo il Deserto di Cenere, vi è stata una grande cultura. Prima delle tombe e della devastazione.”

“Come sai queste cose?” lo riprese Kurd guardandosi intorno.

“Il mio maestro…”

“Il tuo maestro, Bankimul, non era solo un alchimista. Aveva conoscenze che vanno oltre le tue, giovane apprendista.”

La voce, così acuta da essere fastidiosa, gracchiò echeggiando nella grande sala. Un uomo, in fondo alla navata, sedeva su antico trono di pietra. La tonaca purpurea lo copriva quasi interamente, il volto ombrato da un cappuccio calato.

“Azaroth-al-Abel, siamo qui a reclamare la tua vita.”

“La mia vita non vi appartiene, è di Colei che Riposa nel Deserto di Cenere.”

“Smettila con queste scemenze, stregone” si accanì la ragazza.

“Ho passato un po’ di tempo con tuo padre in gioventù, la somiglianza è evidente. Sei la figlia di Romualdo Liovio.”

“L’uomo che hai cercato di uccidere.”

“La morte, in giorni come questi, è una benedizione. Liovio e Bankimul avevano qualcosa in comune, speravo che gli orrendi mostri che ho donato a Ghasulgha li avrebbero fermati. Non posso permettere che gli abissi si prendano quello che appartiene al deserto.”

Kurd si spazientì.

“Di che parli? Stai cercando di abbindolarci. Saggerai la mia Punizione.”

Con un gesto della mano Azaroth-al-Abel bloccò le proteste dei tre ospiti.

“Ascoltate queste parole: un giorno Lei ritornerà e non ci sarà né pace né perdono. Questo medaglione è un simbolo, una dichiarazione di Fede e una protezione. In quei giorni, io sarò presente e loderò la Sua Materna Maestosità. Romualdo Liovio sa che esiste e quindi è un pericolo per me e la mia sopravvivenza. Bankimul doveva essere allontanato da Tijaratur il tempo necessario, perché avrebbe sentito la sua presenza. Lo avrebbe tenuto per sé e loro lo avrebbero trovato.”

Ismah rise, ma la sua voce lo tradì. Il volto, sembrò trasfigurare in un altro. Parlò con il timbro di un altro uomo.

“Azaroth-al-Abel, sono tornato.”

“Bankimul.”

Caterina e Kurd si zittirono ebeti. Ismah, o l’anima che lo occupava, riprese.

“Il medaglione, tu sai che le creature che abitano i fondali del Mortirreno lo stanno cercando e che quei due furfanti che hai ingaggiato per recuperarlo hanno distrutto il loro Re e Dio.”

“Sì, dimmi qualcosa che non so.”

“Sono andato a trovarli, nelle nere acque del porto di Tijaratur. Ho fatto il tuo nome, prima di spirare. Il mio corpo è morto, ma la mia anima convive con quella del mio apprendista.”

“Folle!” l’evocatore sembrò per la prima volta impaurito.

“Non sei più quelli di una volta, l’attesa del Ritorno ti sta logorando. Per quanto tempo credi di poter ingannare la morte? Sei vecchio Azaroth-al-Abel. Sei inutile come una delle vecchie puttane di Handelbab.”

“Non oserai, non ne hai la forza.”

“Io no. Sono qui per godermi lo spettacolo. Avevo bisogno di una guardia del corpo e di una guida per trovarti, ma ora che io sono qui, lo sono anche loro. Non senti puzza di pesce arrivare con il vento dal Deserto di Cenere?”

“Non avrai osato…”

Passi umidi e gorgoglii echeggiarono tra le pareti di pietra del Tempio. Azaroth-al-Abel si alzò, lento sotto il peso dei secoli. Recitò le sue litanie e il pavimento iniziò a squarciarsi aprendo varchi sotterranei.

“E adesso cosa facciamo?” domandò Kurd a Caterina.

“Lasciamoli ammazzarsi a vicenda e filiamocela.

“Non ancora”, stavolta era la voce di Ismah a parlare, “assicuriamoci che l’evocatore muoia.”

 

PARTE 3

Non lo ascoltarono. Kurd e Caterina fuggirono, senza voltarsi, fino a che non furono sicuri di essere abbastanza lontani dal tempio di Azaroth-al-Abel.

Un boato di antiche rovine che crollano risuonò per tutto il Deserto di Cenere. Inesorabile, l’antica dimora del negromante si sbriciolò in una nuvola di polvere.

“E adesso che facciamo?”, chiese Caterina dopo qualche interminabile secondo.

Kurd aggrottò la fronte.

“Mi erano stati promessi dei tesori.”

“Non puoi essere così stupido.”

Lo sguardo del guerriero gelò la ragazza.

“Ne ho bisogno.”

Si incamminò solo, accompagnato da Punizione. Sentì alle sue spalle Caterina imprecare, ma non ci fece troppo caso.

Il sole cocente si stava spegnendo in un freddo pomeriggio, mentre tramontava al di là delle lontane dune.

Devo sbrigarmi, non voglio passare la notte qua fuori.

 

Tra le macerie di quello che una volta era stato il rifugio di Azaroth-al-Abel, Kurd l’Imbattibile, campione del grande torneo di Masarat, provò per la prima volta il significato della parola terrore.

Vide quegli esseri, antiche civiltà sepolte sotto l’acqua salmastra del Mortirreno. Guerrieri anfibi che gorgogliavano vivacemente contro un vecchio uomo, nudo, legato a un altare come in un sacrificio. Li vide maneggiare un amuleto, schernire il negromante in una lingua antica più di Thanatolia stessa. Azaroth-al-Abel non implorò mai pietà, neanche per un secondo. I suoi occhi erano fissi su quei tentacoli e quei rigonfiamenti.

Poi Kurd sussultò, sentendo al suo fianco una voce familiare.

“Mio padre mi ha parlato di quel amuleto. Azaroth-al-Abel è un seguace di qualche divinità del passato. Qualcuno la chiama la Dormiente, altri Necromadre. Non so molto di questo. Ma quella pietra incastonata, è una protezione. Una garanzia.”

Caterina sussurrava vicino al suo orecchio. Poteva sentirne l’odore, il sudore carico di giovinezza.

Non è il momento. Kurd si riprese.

“Non capisco.”

“Il suo obiettivo è riuscire a svegliarla. Se dovesse andare male e… Lei non la prendesse bene, l’amuleto è la sua ancora di salvezza.”

“E quelli?”

Il silenzio di Caterina fu eloquente.

“Ismah… o chiunque fosse… ha parlato di esseri che vivono nel Mortirreno.”

“L’oceano intorno a Thanatolia è immenso.”

Fecero silenzio. Davanti a loro, l’oscura passione del Negromante Azaroth-al-Abel si stava compiendo. Rimasero impietriti, come ad assistere ad un oscuro rituale. Videro uno di quegli esseri poggiare la viscida mano sul volto di quello che era stato un grande stregone ma che lì, nudo e imbavagliato, faceva quasi pietà. Lo videro contorcersi e dimenarsi. Poi non si mosse più. Azaroth-al-Abel era morto.

Kurd si rese conto che, insieme al negromante, se ne andavano anche le motivazioni che lo avevano incastrato al torneo di Masarat. Solo Ghasulgha, a quel punto, poteva dargli quella risposta. Scacciò quel pensiero, mentre gli esseri se ne andavano in una lenta e umida processione.

Caterina lo riportò alla realtà.

“Kurd, dov’è finito l’alchimista?”

“Deve essere rimasto sotto le macerie. Guarda, si vedono corpi anche di quegli abomini anfibi.”

“Devo accertarmene, ho comunque fatto una promessa e intendo rispettarla.”

Si avvicinarono ancora a quello che rimaneva dell’antico tempio. Ismah-Bankimul era stato di parola. Kurd si affacciò sul pavimento spezzato che aveva rivelato bauli colmi di gradali dorati, pietre preziose e manufatti che, nel mercato nero di Handelbab, avrebbero fruttato denaro a sufficienza per ritornare in patria e ricominciare.

Dal pesante zaino, Caterina prese un paio di assi di legno e alcune corde.

“Non è tanto, ma possiamo farne una specie di slitta. Il resto lo possiamo mettere in questo sacco. Domani torneremo con il carro di mio padre per il resto. Non ci sono tombaroli che vengono da queste parti e ancora la notizia della morte del negromante non si è diffusa… e non saremo noi a diffonderla.”

Kurd le sorrise, lei ricambiò soddisfatta. Affrettarono il passo per non trovarsi, nella gelida notte, al cospetto dei fuochi fatui e delle creature che popolano il Deserto di Cenere. Il guerriero iniziava a pensare che, forse, non sarebbe stato male partire insieme alla sua nuova compagna.

 

Ismah si risvegliò, al buio. Spezzò uno delle piccole ampolle che teneva alla cintura e illuminò di una luce verdastra lo spazio intorno a sé. Il suo maestro se n’era andato, questa volta per sempre.

Si incamminò, tra tesori inestimabili.

Quanti anni ci saranno voluti per accumulare una fortuna simile?

Lentamente la luce esterna si fece più forte. Si rese conto di essere in una sala sotterranea. Il cielo era ora visibile da una spaccatura di quello che doveva essere il pavimento del tempio. Solo, nel mezzo del Deserto di Cenere, senza più la guida dello spirito del suo Maestro, il grande alchimista Bankimul. Abbandonato anche da Kurd e della giovane Carolina.

Si vergognò delle parole dette per sua bocca da Bankimul alla ragazza e al guerriero, ma si rese conto che le sue possibilità di rivedere l’alba, solo tra i morti, erano troppo poche per perdersi tra i sensi di colpa. Azaroth-al-Abel poteva essere ancora nei paraggi, il suo ultimo ricordo era un’atroce mistura di puzza di acque salmastre e il volto contratto dalla paura del negromante, poi il buio totale, fino a quel momento.

Poi la vede.

Una porta, di pesante metallo. Iscrizioni. Ismah comprese subito quanto potessero essere antiche e ne ebbe paura. Ma non le seppe tradurre.

Bankimul avrebbe saputo farlo, non sono che un apprendista.

Si stupì nello scoprire che la porta era aperta. Spinse un’anta che, strisciando nella dura pietra, risuonò come una campagna ancestrale nel silenzio dei defunti.

A cosa serve una porta di questa fattura, così imponente, se chiunque può entrare?

Poi fu il vento gelido degli abissi profondi. L’acre odore della Morte e della Putrefazione. Un sottile ronzio di milioni di voci unite nello stesso requiem silenzioso. Si lasciò cadere in ginocchio, rise di follia e terrore.

“La porta è aperta!”

Gli abomini, schiavi della magia di Azaroth-al-Abel, erano finalmente liberi.

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