Il Regno di Yuggo

La neve cade lieve sui tetti di Pagania. Un manto che si unisce al vorticare delle ceneri dei forni.

C’era stato un tempo, prima del freddo e dell’Invasione, in cui il paesaggio dalla terrazza doveva essere molto diverso. Dei monumentali idoli in pietra non rimane che qualche vecchio rudere visitato dai turisti in cerca di esotici passatempi. Delle pareti dei templi, ora luoghi di trastullo e divertimento, solo pietre ricoperte di manifesti e muffe.

Vania respira l’aria malsana contaminata dalle industrie: almeno quelle le hanno costruite al di fuori delle antiche mura. I lampioni a gas illuminano il selciato, passi rapidi incorniciati da vestiti alla moda, mantelli e cappelli a cilindro, mentre le donne si ricoprono di pellicce sopra gli stretti corsetti.

«Cosa stai guardando?»

Basilio le appare alle spalle, una pesante coperta sulla spalle per ripararsi dal gelo.

«Non li sopporto, maledetti stranieri, Pagania sembra un parco giochi per loro. Ma c’è anche di peggio.»

Indica gli individui che stanno attraversando ora il fascio di luce. I lunghi cappotti neri li fanno apparire slanciati nel loro silenzio monastico

«Ministri di Yuggo.»

Sempre in gruppo, mai in giro da soli.

«Tu credi alla storia del veleno nelle tubature? Quello che ti fa diventare… come loro?»

Basilio fa spallucce. Vania sa che molti turisti si stanno convertendo al Culto di Yuggo, in cerca di emozioni forti e decadenti passatempi.

«Non lo so, ma l’acqua la metto a bollire lo stesso. Mia madre lo fa anche con quella del bucato.»

A Vania fa sorridere l’idea della donna, che forse un tempo era stata l’essere più raggiante di tutta Pagania, piegata sui panni sporchi del proprio figlio.

Un figlio della strada. Un altro figlio di puttana. Letteralmente.

«Voi venite da Nerofumo, che si dice là?»

«Non si parla, che è meglio. Il Profumo di Belia è una reggia a confronto di dove stavamo prima.»

Certo, per la mercanzia delle ragazze.

Una vampata di rabbia invade le guance di Vania.

«Un tempo era un tempio dedicato alla Sacra Prostituta, vorrei ben dirlo. Per voi è stata una fortuna che la vecchia matrona si sia presa una coltellata nel vicolo.»

E anche per me.

«Quel tono… sei gelosa per caso? Lo sai che anche se volessi e non sto dicendo che lo voglio, mia madre non mi permette di incontrare le ragazze del bordello. E poi perché dovrei farlo, quando ho con me la ragazza più raggiante di tutta Pagania? Lasciamo quei passatempi agli stranieri, senza offesa ovviamente.»

«Anche mia madre è una prostituta e, come te, non so chi è mio padre, quindi non fare il moralista. Perché dovresti andare a cercare piacere altrove? Per quello che nascondi sotto la coperta.»

Si erano corteggiati a lungo, a vicenda. Lei civettuola, lui spavaldo. Lei scriveva lettere che non gli consegnava. Lui cantava canzoni tristi, di quelle che si sentono nelle birrerie di Nerofumo, come se la vicinanza con la Cattedrale e le numerose chiese dei Ministri di Yuggo potessero assorbire tutta l’allegria e la vitalità. Lei iniziava a vedere un futuro, fuori dal postribolo. Lui un briciolo di felicità.

«Vania, sai che da quella notte, per me, non è cambiato nulla.»

La ragazza torna per un attimo a quella prima volta.

Si erano baciati, si erano stretti. Prima il dolore, poi il piacere. Poi, la trasformazione.

Aveva spintonato via Basilio ed era fuggita dalla stanza. Nello specchio il volto trasfigurato e allungato, il pelo ruggine e la coda folta apparsa dal nulla. Le forme femminili ancora riconoscibili nella trasformazione.

Desiderio di sangue.

Aveva sbarrato la porta e sfogato la sua rabbia nella stanza deserta, sui materassi e le tende del bordello. Si era ritrovata, dopo lo sfogo, calma e di nuovo umana.

Era tornata in lacrime dal suo Basilio, che l’aveva stretta in un abbraccio fino a che non si era addormentata.

Basilio interrompe il flusso di ricordi.

«Ci abbiamo riprovato e sei sempre riuscita a trattenere la rabbia.»

«Ma non la mutazione. E credo che anche la mia capacità di controllarmi stia cambiando.»

Vania sospetta che a Basilio, in realtà, piaccia il suo lato animale. Molti clienti del Profumo di Belia chiedono il servizio di ragazze particolari che hanno, con il tempo e l’addestramento, imparato a incanalare la loro forza vitale.

Ma ora, più si lascia andare con Basilio, più la bestia è difficile da controllare. E il futuro raggiante che avrebbero potuto vivere insieme si allontana.

«Ora dormi, che domattina ti toccano le pulizie di quel porcile, di sotto.»

Basilio non se lo fa ripetere, Vania lo sente russare nel momento stesso in cui appoggia il capo sul cuscino di piume.

La ragazza chiude la finestra alle sue spalle, lo vede disteso, addormentato. Scosta la coperta: i segni dei graffi e dei morsi sul corpo. Con una pezza pulisce le ferite.

«Un’altra fantastica notte di passione.»

Ironizza, ma non può andare avanti così. Appoggia la brocca e si veste. Indossa un cappotto pesante. Le pistole infilate nelle fondine, il coltellaccio nello stivale destro. Sulla testa un piccolo cappello, alla moda dei turisti.

Abbandona un bacio sulla fronte del suo Basilio insieme a una lettera sul comodino. Forse è l’ultima volta che lo vede. Prova a fissare nella mente il suo volto e il suo profumo.

Spegne la luce della lampada e esce fuori nel buio.

Vorrebbe fermarsi davanti alla porta di sua madre, ma non la farebbe partire. Aveva provato a chiederle numerose volte di suo padre e ora, che aveva scoperto quello che era, avrebbe voluto interrogarla di nuovo. Ma si era chiusa in un sudario di doloroso silenzio.

«Sono cose che succedono, a Pagania. Vedrai che lentamente riuscirai a controllare l’istinto.

Invece, le ragazze ibride del bordello, erano state fondamentali nella sua scelta.

Vedendola in lacrime, erano riuscite a strapparle una confessione. Materne, poi, le avevano raccontato una storia, di artigli e sacralità, di un luogo nel cuore di Nerofumo dove uno di loro era riuscito a sconfiggere la bestia interiore. Ma a caro prezzo, la vita della donna che amava.

Doveva raggiungere la Cattedrale e sconfiggere anche lei la creatura che viveva dentro di sé, solo così avrebbe potuto vivere la sua vita con l’amato Basilio. Così raccontavano le leggende. Speranza.

Le strade di Pagania, all’alba, sanno di Malassenzio. Vania tira su il bavero del cappotto. I turisti, ma anche artisti e dilettanti, attirati dall’esotica e decadente città dei culti, tornano verso le proprie case, dopo aver soddisfatto i propri desideri.

Quando il brusio costante del giorno lascia il posto al quiete silenzio innevato e notturno, si possono sentire gli ingranaggi e gli sbuffi delle fabbriche. Poi il tremore del treno sotterraneo che conduce ovunque in città. Lo avevano fatto costruire i Ministri, un dono per la città. Come le fognature, la luce a gas e le tubature dell’acqua.

Una setta che da migliaia di anni si era nascosta nei pressi del cratere infinito di Nerofumo, si era destata come da un lungo sonno e aveva abbracciato il progresso.

Vania scende le scale metalliche. Un orologio ticchetta sulle profonde pareti.

Un gruppo di Ministri le passa a fianco, sotto quelle maschere non puoi mai sapere se ti stanno osservando o meno.

Arrivata al binario, Vania si ritrova a fissare l’ennesimo orologio. Il tempo che passa, una fissazione di quei bastardi di Nerofumo. La ragazza si siede, in attesa.

Ha preso tante volte il treno, ma oggi le sembra in ritardo. Perché ha un compito gravoso. E perché non può contare su nessuno, come non lo era mai stata prima.

«Hey ragazzina, che ci fai a quest’ora tutta sola?»

Un gruppo di uomini che al tramonto dovevano essere stati eleganti. Si scrollano la neve e la cenere dai cappotti e la osservano. La squadrano. Gli occhi strafatti di serpentis, facilmente riconoscibili dalla pupilla verticale.

Sono in quattro, la accerchiano. Le intenzioni più che chiare. Vorrebbe chiedere aiuto, ma sono presenti solo un gruppo di Ministri, una mezza dozzina, che attendono in perfetto ordine l’arrivo delle carrozze. Non si muovono.

Nelle pistole ha due colpi per ferro. In un ticchettio di orologio si rende conto che non potrà ricaricare

Gli uomini le si fanno addosso, sempre più vicini.

Vania allarga il pesante cappotto, estrae incrociando le braccia le due pistole. Uno. due, tre, quattro.

Tre uomini a terra, uno mancato.

L’ultimo esita, poi scappa. Mentre Vania ringhia dietro al muso allungato di una volpe del deserto.

Il deserto che un tempo circondava Pagania.

Il turista non si volta, sbatte contro uno dei Ministri che, solo in quel momento, si volta verso la giovane ibrida.

«Aiutatemi, è un ibrido, vuole uccidermi!»

Il Ministro scuote il capo e spintona via il turista che, accorgendosi di non essere inseguito, prende di corsa la via delle scale e della superficie.

Vania non può resistere. Vorrebbe ma non ci riesce.

Ringhia.

In quell’istante il treno sferraglia e sbuffa vapore scuro. Lo stridere dei freni incoccia il gannito della ragazza. I Ministri entrano nel primo portello, Vania nel primo davanti a sé.

Corre nelle carrozze in legno, finemente arredate.

Solo i ricchi possono permetterselo. E i beccamorti di Nerofumo, che hanno accesso illimitato a ogni cosa.

Vania sente la sete di sangue, ma l’odore di quei vermi la ripugna.

Non lo aveva mai sentito così chiaramente. Muffa e decomposizione.

Graffia con le unghie i sedili imbottiti, sfonda le porte che dividono le carrozze e salta da un vagone all’altro. I pochi viaggiatori presenti si nascondono sotto i tavolini intarsiati.

Non si accorge neanche di aver solo pochi lembi di abiti addosso. Da due zampe a quattro, nell’impeto della battaglia.

Sfonda l’ultima porta, i Ministri immobili e in piedi al centro. Carica.

Brandelli di cappotti e maschere sul pavimento. Vania indietreggia quando si accorge che le carni annerite dal tempo e dai parassiti sono più morte che vive. Quei volti, con nulla più di umano.

Ma è troppo tardi, inala il fungo nocivo di cui è ricoperta la pelle dei Ministri. Cade nell’oblio di un incubo oscuro. Vede un luogo, senza luce se non quella iridescente di strane muffe. Vede sé stessa. Trasformata e pronta a combattere. Si sente trasportare lontano, da mani svelte e forti. Poi il nulla.

Quando si risveglia, Vania è tornata umana. Legata a una tavola di legno, una pesante maschera sul viso a coprirle naso e bocca. Nuda, ma coperta da quello che potrebbe essere un lenzuolo.

Riesce a voltare la testa. Vede un tubo che esce dall’oggetto che ha sul volto e che arriva fino a un grosso macchinario di pistoni e ruote. Nella penombra barattoli che contengono qualcosa di simile a bambolotti, sia umani che animali.

Un ometto le si pone davanti.

«Signorina, non ho intenzione di farle del male.»

Vania non riesce a rispondere, è come se il macchinario le impedisse di inalare senza il suo permesso.

«Mi scuso, ma era necessario.»

Spegne la macchina e Vania sembra ritornare in sé.

«Dove mi trovo?»

«Nerofumo.»

«Non mi sembri un Ministro di Yuggo.»

«Infatti sono un medico. E uno scienziato. Non sempre in questo ordine.»

«Cosa vuoi da me?»

«Ti ho salvata, ragazzina.» risponde stizzito. «Potresti avere un po’ di riconoscimento.

«Non ricordo nulla, solo che dei tizi mi hanno aggredita alla fermata del treno.»

«Hai fatto fuori sei Ministri, cara. Non che mi dispiaccia, ma le conseguenze possono essere letali.»

«Come?»

«I funghi, ricoprono la pelle di quei maledetti. Totalmente. Ho dovuto depurare i tuoi organi, per essere sicuro che non ti abbiano infettato.»

L’uomo la slega dal tavolo e la libera.

«Scusami cara, ma era necessario. Quando diventi… quell’altra… non è facile trattenerti. Su quella sedia trovi dei vestiti, il meglio che sono riuscito a trovare. L’acqua nella brocca è bollita, immagino tu abbia sete. »

«Cos’è questo rumore?»

«Li chiamiamo gli ingranaggi. In realtà sono delle pompe idrauliche. Diffondono il fungo tossico nelle condutture. Fanno proseliti tra i locali e danno allucinazioni ai turisti, per questo tutti sembrano voler venire a Pagania. Comunque sei attesa fuori, quando puoi.»

Vania è sola.

Si infila i vestiti da uomo, forse di un ragazzino. Beve avidamente, come se non lo facesse da giorni.

Prima di uscire osserva macchinari di cui non conosce l’utilizzo, ampolle e strumenti incomprensibili. Poi vede i barattoli da vicino. Quelli che le sembravano animali non lo erano.

Ibridi, in formaldeide. Piccoli, appena nati. Forse ancora prima di nascere.

Ricaccia indietro il conato di vomito ed esce di corsa dalla stanza.

Un grande salone, un tempio così antico che a Vania fa pensare alla Pagania di un tempo.

«Hai creato un bel casino, ragazza.»

La voce è un ringhio che rimbomba sulle pareti del tempio, decorato con statue di animali di ogni tipo.

«Chi sei?»

Un’ombra si avvicina da quello che un tempo doveva essere stato un altare, ora sostituito da un grosso trono di pietra.

Un fascio di luce illumina i tratti ferini. Un ibrido.

«Non è facile definire chi sono. I Ministri mi hanno chiamato Basteto, come l’antica divinità felina. Mio padre era come te, mentre mia madre era una delle prostitute sacre di Belia. Io so questo perché lo sa Yuggo.»

«Cosa vuoi da me? Vuoi uccidermi?»

«Perché dovrei? Dopo averti curata dal morbo? Non sono vissuto cinque secoli per uccidere una ragazzina. Ma quello che hai fatto è molto pericoloso e se lo so io, lo sa Yuggo.»

«Smettila di dire quella frase.»

«Questa è la verità. Sono stato nutrito di Yuggo nel ventre non-vivo di mia madre. Io sono in Yuggo e lui è in me.»

«Sono spacciata, quindi?»

«Il dottor Martini ha preparato un siero che separa me e Yuggo. O, meglio, è lui che non può entrare in me.»

«Non capisco.»

«Non ce n’è bisogno.»

«Dimmi cosa vuoi.»

Il suo pensiero torna a Basilio. Al suo volto.

Ormai si sarà accorto che sono sparita.

«Vuoi raggiungere la Cattedrale.»

«Come… perché lo sa Yuggo?»

Il gigante peloso annuisce e si accomoda sul suo scranno. Estrae un’ampolla dalla bisaccia e ingoia il contenuto.

«Io, devo separarmi dalla bestia dentro di me.»

«Perché mai?»

«Sono affari miei.»

«Sei innamorata, ne ho sentito l’odore appena hai pensato a lui, un istante fa.»

«E se fosse? Non è un valido motivo per rischiare tutto?»

«Conosco una sola persona che è uscita indenne dalla Cattedrale, che è riuscita a vincere la proiezione animale di sé stesso. Credi che negli ultimi cinquecento anni nessuno abbia provato a replicare le gesta di mio padre? Quel Jacopo il Nero ne ha scritto una famosa ballata, la storia era sulla bocca di tutti. Il triste guerriero ibrido che attraversa tutta Pagania in compagnia della Sacra Prostituta di Belia, la loro unione segreta, il sacrificio di lei per la libertà di lui. L’epico combattimento tra l’uomo e la bestia nelle profondità della terra.»

«Tu sei il figlio…»

«Dell’inutile lotta di mio padre e del sacrificio di mia madre.»

«Sei crudele.»

«La donna che mi ha messo al mondo non era morta come raccontano le ballate, ma non era neanche viva per stringermi in un caloroso abbraccio. Sono nato nel cuore di Nerofumo. Allevato da Yuggo nella sua eterna e infinita crudeltà. Come nutrici i suoi Ministri. Centinaia di anni di schiavitù, i pensieri invasi da quelli del mio padre-fungo. Se lo ami, torna indietro. Se ti ama, conviverà con la Bestia.»

«Ho paura.»

«Di questo dovresti avere paura.»

In un attimo, con un balzo, l’enorme bestia è sopra di lei.

«Questo è quello che incontrerai nella Fossa – ringhia Basteto. «E io sono abbastanza umano da riuscire a trattenermi.»

La colpisce duro, è rintronata. La trasformazione in corso non è abbastanza veloce.

La afferra tra le fauci, sulla spalla. La ragazza sente un braccio addormentarsi. Si stacca, la possente zampa artigliata ferma Vania al pavimento, che ormai è completamente ricoperta di pelo.

«Avrei potuto ucciderti, la pietà è umana. Non della bestia.»

Le lacrime la fanno tornare umana, nuda al cospetto dell’essere enorme davanti a lei.

«Dottore, altri vestiti per favore.»

Il felino si volta dall’altra parte, non la guarda. Ha fatto un voto di castità inviolabile.

«Se lo ami, torna da lui. Se vuoi morire, non posso fermarti.»

Martini arriva trafelato.

«Mettiti i vestiti e questa, abbiamo visite.»

Pochi secondi, il tempo di infilarsi il vestito e la maschera dai grossi filtri. Due ampolle rilasciano uno strano liquido dal profumo acre, Vania non si fa domande.

La porta viene colpita ripetutamente. Martini trascina ad un’uscita secondaria Vania, si chiudono il pesante portello alle spalle e osservano la scena da un piccolo oblò.

I Ministri entrano silenziosi e ordinati. Come mille voci, parlano.

«Finalmente…»

«… dove nascondi la ragazza…»

«… quanto tempo è passato…»

«… portala da noi, è feconda…»

«… il figlio perduto è stato ritrovato!»

«Yuggo, sai che i tuoi Ministri non possono nuocermi.»

La voce della belva è un tuono tra le mura del tempio.

«Questo…»

«… una nuova razza…»

«… lo vedremo…»

«… la razza ibrida di Yuggo…»

«…morirai oggi…»

«… consegnacela o perirai…»

«… per averci traditi!»

«… come quella puttana di tua madre!»

Basteto è una furia. Rilascia brandelli di carne e funghi e abiti e maschere nell’aria, che sembra addensarsi in nuvole di dolore.

«Sono stato nutrito da Yuggo» grida. «Il tuo veleno non è niente!»

Le fauci si chiudono sui corpi non-vivi dei Ministri, non c’è sangue, solo nera putrefazione e carne rancida.

Dietro la porta, Vania è terrorizzata. La voce del dottore è come il canto di un gallo.

«Vattene, ragazza. Questo è quello che ti aspetta ad avere a che fare con Yuggo. Fuggi, finché sei in tempo.»

«Come può un uomo amare una bestia come me?»

Gli occhi sono fissi sulla macabra scena. Il dottor Martini le prende la mano, le lascia un piccolo foglietto ingiallito.

«Un regalo per te, che puoi ancora provare la gioia di un abbraccio. Yuggo mi ha portato via tutto, non lasciare che faccia lo stesso con te.»

«Che cos’è?»

«Una formula, per tenere calma la tua Bestia. Trova un farmacista, un medico, che te la possa preparare seguendo esattamente le indicazioni. Non posso impedire la trasformazione fisica, ma la mente e il cuore della donna che sei non verranno più sopraffatti.»

«Grazie dottore.»

«Non è me che devi ringraziare, ma la bestia centenaria che sta combattendo nell’altra stanza. Ora fuggi e non voltarti indietro. Vattene, da quella parte!»

Vania corre in corridoi infiniti, supera porte e scale, fino a trovarsi sotto le placide stelle.

Lontana dagli orrori di Yuggo.

La luna si affaccia di nuovo sul viale oscuro. Qui i fumi e il rumore delle fabbriche sono quasi insopportabili. Ma Vania è felice, perché è lontana da Nerofumo e i suoi orrori.

Basilio entra nella stanza, un enorme rotolo di carta in mano.

«Ecco i manifesti, Vania. Sono orripilanti.»

«Quindi servono allo scopo.»

«I Ministri stanno avvelenando l’acqua. E poi: Yuggo sta controllando le vostre menti. Non ci prenderanno per pazzi?»

«Qualcuno lo farà, altri crederanno.»

Vania osserva la stampa che ritrae il volto smascherato di un Ministro.

«Sono perfetti, dobbiamo attaccarli ovunque.»

«Alcuni dei ragazzi della fabbrica sono con noi, siamo pronti.»

«Comincia la Resistenza al Regno di Yuggo.»

«Che la Cattedrale bruci e con lei ciò che rimarrà dei maledetti funghi.»

«Ce la faremo Basilio, ce la faremo.»

«Lo so. In giro già parlano di te come la Volpe Rossa.»

«E che lo vengano a sapere anche a Nerofumo.»

Vania bacia il suo Basilio, con ardore.

Sente la trasformazione e l’eccitazione salirle dal basso ventre. Ingoia la boccetta e si lascia andare.

Mentre da qualche parte, Yuggo ascolta e vede, in attesa di un passo falso.


Il racconto è il seguito di “Yuggo”, pubblicato su N di meNare: L’aNtologia (Lethal Books, 2018).

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