Il ponte sul fiume

Questo racconto breve è il prologo de “La Città Sotto il Mare”, secondo capitolo della serie “Il Cacciatore di Incubi”.

Posso ricordare con certezza il freddo umido e avvolgente di quella notte. La nebbia grigia illuminata dai lampioni, le piccole nuvolette di vapore che emettevo ad ogni mio respiro. Camminavo tranquillo lasciandomi alle spalle il centro storico, per recuperare l’automobile dopo una piacevole serata con dei vecchi amici. Buona cucina e altrettanto ottimo vino. Per questo, pensai, di essermi ingannato quando vidi la figura in piedi, sul bordo del vecchio ponte romano.

Ma, avvicinandomi un poco, mi accorsi che né i fumi dell’alcool né la fitta nebbia si stavano prendendo gioco di me. Lì davanti ai miei occhi, in bilico tra la dura pietra e il vuoto, apparve la figura di un giovane ragazzo. Ebbi come l’impressione che si voltasse leggermente ad osservarmi, prima di compiere l’insano gesto.

Come se fosse affacciato sul bordo di una piscina in un torbido pomeriggio estivo, si gettò plasticamente. Sentii il leggero tonfo del corpo che incontra l’acqua melmosa del fiume.

Istintivamente, corsi per affacciarmi sul corso d’acqua, anche io sull’antico ponte che domina la città. Ma il buio e la nebbia non mi permettevano di vedere nulla. Presi in mano il telefono e chiamai i soccorsi. Mentre spiegavo la situazione, mi ricordai di un passaggio per scendere sui campi che fanno da argine al fiume, passando per la pista ciclabile che lo costeggia.

Dopo aver dato la mia posizione alla polizia, chiusi la chiamata e mi misi a camminare lungo le rive del fiume, poco convinto di poter trovare il ragazzo. Il freddo mi aveva ormai completamente risvegliato e, ne sono ancora convinto, non centravano i bicchieri di vino con quello che poi apparve ai miei occhi.

Stavo quindi proseguendo sull’erba bagnata, convinto almeno di poter individuare, passando sotto il ponte, il punto di impatto. Una strana sensazione, nel frattempo, si stava impadronendo di me. Non la chiamerei panico, ma più una paura antica e recondita, di ancestrale. Lo stesso inconscio sentimento che ci fa temere i tuoni e il mare in tempesta. Forse era quell’odore pesante, come di pesce marcio, che permeava l’oscurità sotto l’antico ponte.

Quando vidi, perso in questi pensieri, una persona uscire dall’acqua, credetti al miracolo. Corsi verso il ragazzo, con i vestiti inzuppati che gocciolavano. Mi stavo già togliendo il cappotto, per coprire il giovane e cercare di tenerlo caldo in attesa dei soccorsi. L’ipotermia poteva essere più pericolosa dell’impatto stesso con il gelido fiume.

Avvicinandomi, però, mi resi conto della realtà. Lo osservai bene, la sua corporatura rivelava un’età adolescenziale ma il suo volto, quel tremendo volto, era tutto fuorché completamente umano. I suoi occhi, quello sguardo fisso su di me. Il passo zoppicante, che però non gli aveva impedito di sopravvivere tra le correnti del fiume e di uscirne poi così facilmente. E quella puzza, maleodorante decomposizione. Mi voltai per scappare, istintivamente, quando mi accorsi che numerosi ragazzini erano alle mie spalle. Alcuni avevano quei maledetti tratti da pesce, altri sembravano, a loro modo, normali. Preso dallo spavento, iniziai a urlare, coprendomi il viso, il naso e le orecchie per non vedere più quei volti, per non sentire più quell’odore, per non ascoltare le tremende risate dei piccoli demoni intorno a me.

Urlai fino a che la mano di un paramedico non si appoggiò alla mia spalla, non so dire per quanto tempo. I paramedici non avevano visto nessuno intorno a me e dagli esami del sangue emerse che, ovviamente, avevo fatto uso di alcool quella notte. Un uomo venne a interrogarmi e mi intimò di raccontare da capo tutta la mia storia, se volevo evitare di essere denunciate per il procurato allarme. Mentre raccontavo quella storia, avevo come l’impressione che quell’uomo, dagli occhi scavati e il naso appuntito, mi stesse credendo sul serio. Ad un certo punto, accarezzandosi la barba, mi disse di andarmene e di alzare meno il gomito.

La mattina dopo degli uomini in completo scuro mi vennero a prendere, per portarmi via.

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