Il gatto di casa

Nel tepore di una casa riscaldata dal camino, fuori è freddo e piove. Mi giri attorno allegro, a tuo modo parli, con un miagolare dolce. Siamo rimasti in due, io e te. Leggo un libro per distrarmi, in queste serate invernali mi sento ancora, terribilmente, solo.

Mi sali sulle gambe con un balzo, per una carezza sotto il mento, dove il pelo è più morbido. Fai le fusa come il giorno in cui lei ti portò a casa, felice di aver trovato una dimora calda e accogliente. Era quasi Natale.

Riprendo a leggere il mio romanzo, verso un mondo di fantasia più adatto al mio umore e più lontano dai ricordi. Ad un tratto ti sento muoverti, mio piccolo amico, muovi le orecchie come ad ascoltare qualcosa che non riesco a sentire. Ti alzi, di scatto, e guardi l’angolo opposto della stanza. Guardi la poltrona, vuota, vicino al camino. I tuoi occhi sono fissi, che cosa stai osservando?

Devi aver visto qualche insetto, mi dico. O hai sentito qualche rumore dalla strada, che io non posso sentire. Ma perché guardi proprio quella poltrona, dove lei si sedeva con una coperta intorno alle spalle nelle domeniche grigie d’autunno, a leggere storie d’amore e quelle poesie, che ho sempre odiato.

E uno scatto, dentro di te, ti fa fuggire al piano di sopra, verso le camere da letto. Sali di corsa le scale, come quando sei in vena di giocare e vuoi essere rincorso. Che strano comportamento possono avere di tanto in tanto i gatti.

Un brivido mi corre lungo la schiena, se penso alle tradizioni e al folklore. Che essi veramente possano cogliere, con i loro sensi, presenze immateriali? Forse un felino può realmente vedere qualcosa che noi non possiamo vedere?

Tremo all’idea che possa essere lei, il suo spirito, la sua anima, ancora seduta su quella poltrona, a guardarmi in silenzio. Mi dico che è sciocco, che è solo il mio desiderio di averla di nuovo qui con me.

Riprendo la lettura, non ricordo nemmeno dove sono arrivato. Meglio riprendere il capitolo dall’inizio. Era lei che, un tempo, si addormentava con il libro in mano e io mettevo una cartolina del nostro viaggi di nozze tra le pagine, per non farle perdere il segno. Ora l’ho messa in un cassetto dell’ingresso. Appoggio il libro sul divano, aperto sulla pagina in cui sono arrivato.

Mi alzo e penso che potrei utilizzarla come segnalibro anche io, perché devo razionalizzare quello che è successo, non posso nascondere tutto quello che mi fa ricordare la sua presenza. L’ingresso è buio, ma la poca luce che penetra dall’esterno mi basta per trovare la cartolina nel piccolo cassetto, sotto chiavi che non so cosa possano aprire e lettere che non ricordavo di aver ricevuto.

Tornando verso il divano, mi accorgo che il gatto è fermo sulla porta del salotto, tranquillo. Guarda all’interno della stanza ed emette solo un piccolo miagolio, un saluto affettuoso, come quando torno a casa dopo una lunga giornata di lavoro.

Mi blocco, ma non vedo perché dovrei preoccuparmi. Mi dico che è tutto nella mia testa, che non c’è niente di strano. Ma ho una irrazionale paura di tornare in salotto, dove la luce del camino è sempre più fioca, sintomo che il fuoco si sta spegnendo.

Vado in cucina, appoggio la cartolina sul tavolo e prendo un sonnifero. Ne ho dovuti prendere tanti, da quando lei non c’è più. Prendo in braccio il gatto e salgo al piano di sopra. Il letto è troppo grande per dormirci da solo, quindi ho preso l’abitudine di portare il mio piccolo amico con me a dormire. A lui non dispiace, è più comodo del pavimento, anche se ha una predilezione per il vecchio divano.

Dormo un sonno profondo e senza sogni. Una sensazione che ho imparato a conoscere. Quando arriva il mattino, è come se i fantasmi della notte fossero spariti nel nulla.

Mi alzo dal letto e scendo le scale, per un bicchiere d’acqua. Il gatto mi saluta con miagolii e saltelli, deve essere affamato. Vado in cucina, dove tengo le sue ciotole e mi accorgo che la cartolina, lasciata ieri sera, è sparita. Forse mi ricordo male, mi dico.

Torno in salotto, dove il camino è ormai spento. Il terrore mi assale. Sul divano il mio libro, non è aperto, appoggiato sulle due ultime pagine che ho letto, come ricordo averlo lasciato. Ora è chiuso, appoggiato come se fosse stato riposto con cura e allineato, come faceva lei. Come segnalibro, la cartolina del nostro viaggio di nozze.

Cado in ginocchio, in lacrime. Seduto sul pavimento verso tutto il dolore accumulato in questi anni. Un piccolo animale peloso si avvicina facendo le fusa e mi sale in grembo, come se nulla fosse successo. Lo accarezzo dolcemente e lui ricambia guardandomi con i suoi occhi gialli che, forse, sono l’unica cosa che mi lega ancora a lei attraverso lo spazio ed il tempo.

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