Il dolmen

Il cielo era coperto da una folta coltre di nubi e l’umidità estiva era opprimente. Avevamo terminato il pranzo nel residence che per due settimane sarebbe stata la nostra casa. Nelle nostre menti quella sarebbe stata una vacanza al mare da ricordare.

Ma visto che quel giorno il meteo non era dalla nostra parte, proposi ai miei amici di prendere l’auto e di recarci in un piccolo paese nell’entroterra, dove sapevo essere presente un antico dolmen. Avremmo passato un paio d’ore e ci saremmo dimenticati il calore opprimente e la delusione di una mancata giornata al mare. Al ritorno mi fecero promettere di fermarci in un ristorante tipico per cena e non ebbi nulla in contrario.

Dopo circa mezz’ora su una comoda strada provinciale, svoltammo per risalire su una collina brulla e poco invitante. Ma i segnali stradali erano inequivocabili e ci indicarono che la via che stavamo percorrendo era corretta.

Non mi aspettavo però di trovare una desolazione così grande. Sapevo che il piccolo paese era abitato solamente da qualche anziano e che i giovani avevano da tempo abbandonato le sue strade e le sue case, ma il vuoto che ci accolse era irreale. Avremmo dovuto osservare il domen, posto al centro di un recinto dal lucchetto spezzato, passare tra le erbacce che circondavano il monolite e tornarcene al residence per un tuffo in piscina. Il cielo prometteva pioggia ma era talmente caldo che sentimmo il bisogno di ripararci al chiuso.

Vicino al sito archeologico, abbandonato al trascorrere dei giorni e delle stagioni, uno dei miei compagni si accorse di una scritta, un cartello sbiadito posto a fianco di un portone aperto. “Museo” erano le uniche parole indicate.

Entrammo per trovare un po’ di refrigerio e ci accorgemmo che effettivamente il calore era minore. Seduto su una sedia a pochi metri dall’ingresso, trovammo un anziano, probabilmente sulla ottantina, che dagli occhiali e dal bastone che portava, immaginammo essere cieco.

Ci accolse con un sorriso arcigno e ci invitò a visitare il museo. Come se potesse vederci (e io ancora, dopo tanti anni, ho questo dubbio) ci indicò le varie stanze che dall’ingresso si dipanavano in ogni direzione. Ci disse però di non scendere le scale, che il piano inferiore non era stato messo in sicurezza e che lui, senza aiuto, non riusciva ad orientarsi in esso.

Ovviamente, per me e i miei amici, era un invito a trasgredire.

Visitammo per primi tutto il piano terra. La polvere ricopriva ogni cosa, addirittura alcune teche erano coperte da lenzuola ingiallite dal tempo e dal sole che filtrava attraverso le finestre.

Alcuni dei reperti destarono la mia curiosità: figure zoomorfe e mostri marini erano i principali protagonisti di statuette e grezze decorazioni. Dovevano essere tutti molto antichi, ma non c’era nessuna etichetta ad indicarne la provenienza. Mi incamminai in direzione dell’anziano custode, sperando di avere qualche chiarimento, quando uno dei miei tre amici mi prese per la maglietta e mi indicò che era il momento di scendere al piano inferiore.

Pensai che le risposte potevano attendere qualche minuto, quindi seguii i miei compagni nel nostro gioco infantile, ma eravamo pur sempre in ferie!

Scendemmo lentamente le scale e ci accorgemmo che il sotterraneo era buio. Proposi di tornare indietro ma uno degli altri rise e con fare da Indiana Jones estrasse alcune torce elettriche che portava sempre nello zaino e ce le consegnò. Il vero motivo per cui si portava dietro quel gadget era per ritrovare le sue cose dopo una notte in spiaggia, ma non era il caso di farglielo notare.

Sembrava una discesa infinita, alle nostre spalle la luce del piano terra si faceva sempre più lontana. Quando finalmente finì, ci trovammo su un pavimento di pietra molto più antico di quello che avevamo percorso fino a quel momento.

Con nostra sorpresa, proseguendo, ci trovammo davanti a un lago sotterraneo. Probabilmente, disse uno dei miei compagni d’avventura, il vecchio ci aveva chiesto di non scendere perché troppo pericolosa, ipotizzando che gli scarichi delle case del paese finissero in quel lago. A me sembrava, se non avevo perso completamente l’orientamento, che fossimo sotto il parco che ospitava il dolmen e che il laghetto proseguisse fino a fuori dal paese. Ma anche in quel caso, purtroppo, rimasi in silenzio.

Notammo invece una barca a remi, legata con una corda ad un piccolo moletto. Poteva trasportarci tutti e quattro e, nonostante le mie proteste, fui trascinato in quella nuova avventura sulla superficie del laghetto.

Arrivati al centro del laghetto, ci accorgemmo che qualcosa non andava. La corrente aumentava e la superficie iniziava ad essere agitata. In un attimo, eravamo circondati da tentacoli e sentivamo le pareti della grotta sotterranea rimbombare di un suono ancestralmente fastidioso.

Io e altri due miei compagni ci tappammo occhi e orecchie per le paura, mentre uno di noi, il novello Indiana Jones, in una scarica di adrenalina iniziò a remare verso la riva, sfuggendo alla presa dei tentacoli che cercavano di afferrarci.

Arrivati di nuovo sulla terraferma, vidi i miei compagni correre. Mi voltai solo per un istante, verso quella creatura che emergeva dalle acque. La mano tremò al cospetto dell’immensità davanti ai miei occhi. Qualcosa che allo stesso tempo mi ricordava il mondo animale ma anche quello vegetale, reale ma allo stesso tempo distante, come se provenisse da un remoto passato.

Mi ripresi e iniziai la mia corsa verso l’uscita, mentre sentivo sempre più distante il tonante verso dell’essere sotterraneo.

Corsi lungo il piano terra, fino a trovarmi di fronte il vecchio cieco.

“Vi avevo avvisati. Ora per sempre porterete nella mente la visione del nostro Padrone. Fino alla maggiore età, io vedevo come tu vedi in questo momento. Ma per servirlo e mantenere la sanità mentale, mi hanno fatto questo.”

Si tolse gli occhiali e mi accorsi che non era cieco ma che gli erano stati strappati gli occhi dalle orbite. Fermai un conato di vomito e corsi all’aperto, dove i miei amici stavano già salendo in auto.

Mentre ce ne andavamo all’impazzata, tutti parlavano della piovra nascosta sotto il museo e cominciarono a riderci sopra, inventando le più pazze teorie su come una creatura marina avesse potuto crescere così tanto. Avevano visto solo i tentacoli e avevano tratto la conclusione più ovvia. Loro scherzavano su gigantesche insalate di mare, ma la mia mente tornava a quella cosa, quell’enorme terrore abissale che mi si era parato davanti e che, a distanza di anni, ancora tormenta i miei incubi.

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