Fame

Camminava per l’autostrada deserta, la il cammino era ancora lungo, troppo lungo. Ma camminava. Non sapeva dove andare, né aveva una motivazione per continuare il suo viaggio.
In lontananza si vedevano i palazzi ingrigiti di una antica città dove, come in un formicaio, migliaia di vite si intrecciavano ininterrottamente per un solo scopo: sopravvivere. Allo stesso tempo, un numero più ristretto di persone li osservava e li guidava per un solo ed unico scopo: il denaro.
Ora non era più così.
Nessuna attività. Nessuna produzione. Nessuna negoziazione.
Si stava facendo notte e decise di fermarsi in una stazione di servizio abbandonata, tra i vetri rotti e le carcasse di animali. Almeno avrebbe avuto un tetto sopra la testa.
Dalla finestra di quella che una volta doveva essere stata la cucina si vedeva la luna: chissà se qualcuno lo stava osservando da lassù.
Ora che l’elettricità era a discrezione di pochi intimi, la notte era buia come agli albori dell’umanità. Chissà cosa avrebbe portato il nuovo giorno: una giornata asciutta per riscaldare le ossa indolenzite o una pioggia fitta per lavarsi via la stanchezza?

Si alzò che ancora non era pieno giorno, non riusciva a dormire. Ogni notte svegliarsi senza riuscire più a riaddormentarsi. Ma cosa sognava? Neanche lui lo ricordava al mattino, ma sicuramente niente di buono.
Lo stomaco chiamava, ma le risorse erano finite. Solo poca acqua era rimasta nella boraccia: un bene prezioso per cui molti avrebbero potuto uccidere. Non per niente la guerra che portò a questa distruzione era proprio dovuta all’acqua. Capirono troppo tardi che il petrolio non disseta.
Vide un piccolo uccellino, lo prese in mano e lo osservò sorridendo.
Gli spezzò il collo, doveva pur mangiare. Sentì la vita del pennuto finire tra le sue dita malconce. Il problema della colazione era risolto, ma la strada era lunga per arrivare a Black Hill.

Nessuno ricorda come si chiamasse la città prima della grande guerra, ma ormai era chiamata Black Hill perché i viaggiatori, che ancora tentano di trovare un mondo migliore nascosto da qualche parte, quando nella notte si stendono sperduti nelle vecchie autostrade e cercano la Stella Polare si trovano davanti solo uno schermo nero che copre il cielo, una collina di cemento, Black Hill appunto.
Infatti tutti puntavano al nord nei primi tempi di guerra, perché si credeva che nella parte settentrionale del paese ancora la crisi non fosse arrivata. Ma quando guardavano lontano nella notte capivano che il cielo era nero non perché coperto dalle docili nuvole, ma perché i grandi palazzi erano rimasti senza elettricità. Era una città morta.
Anche se in realtà, non era proprio così.

Erano ore ormai che camminava e sentì in lontananza un grido. Vide lontano un uomo che correva, rincorso da altri due.
L’uomo aveva i lineamenti asiatici e si muoveva a fatica: era ferito.
Uno sparo. La corsa finì. I cacciatori avevano ucciso la loro preda.
Vide i due rovistare dappertutto. Gli rubarono scarpe e borsa e fuggirono su una moto in stile Harley Davidon, anche se non proprio un HD, ma simile, forse una moto giapponese o qualcosa del genere. Dove trovano la benzina? È della guerra che scarseggia. Forse hanno trovato delle scorte e le useranno finché non saranno finite.
Quando la guerra tra stati arabi e occidentali si stava per concludere, gli arabi bruciarono tutti i pozzi di petrolio. Fu un disastro economico ed ambientale. Anche se ancora non avevamo visto che cosa avevano in serbo per noi. Se avessimo potuto scegliere, avremmo voluto essere lì ad aiutarli con accendini e fiammiferi.

Quando la situazione fu sicura ripartì per il suo viaggio verso Black Hill. La città sembrava deserta quando varcò l’ormai inutile casello autostradale.
“Quant’è?”, disse ironico alla cabina deserta. Niente tasse. Niente governo. Nessuna regola.
La giornata era nuvolosa, ma non pioveva. Si poteva intravedere un timido sole dietro le nuvole chiare. Non faceva freddo. Non faceva mai freddo. Non più.
Era appena entrato nel quartiere più periferico della città, non si vedeva nessuno, ma si sentiva l’odore di morte tipico delle città abbandonate. Ma la città non era abbandonata.
Una porta o forse una finestra sbatte in lontananza. Vento?
Non si accorse che dietro di lui apparve una persona.
Un vecchio, piuttosto malandato, con pochi denti, senza capelli, tante rughe e con gli occhi di chi ha visto troppe cose. Forse un reduce della guerra araba o del fronte occidentale, o forse solamente un individuo logorato da questa vita malata. Parlò, quasi come recitasse una poesia, come se stesse seguendo un copione ripetuto decine e decine di volte.
“Qui non c’è niente da vedere, da bere, da mangiare… non c’è carburante e soprattutto non c ‘è speranza! Ma non te ne andrai.”
Si fermò a fissare l’anziano. Intanto da due piccole vie, alla sua destra e alla sua sinistra, comparvero due uomini armati di coltello. Gola e petto.
Morì.

Quella sera, nel quartiere, pochi uomini stanchi e con gli occhi spenti cenarono a lume di candela una carne dura ma succulenta per un periodo così povero.
Aveva camminato tanto, finalmente capì perché: c’era qualcuno che aveva bisogno di mangiare.
Anche lui aveva fatto lo stesso… ogni notte lo sognava, ora è tutto chiaro… era l’ultimo nella sua città. Erano tutti morti. E lui si era saziato con la loro carne e aveva bevuto il loro sangue. Qualche psicologo avrebbe detto che il suo cervello aveva rimosso spontaneamente l’episodio successivamente ad un trauma da bla bla bla…

La natura è bastarda; si vive da predatore per una vita e poi basta un attimo per trasformarsi in preda. Inizia à piovere. In un’altra parte del mondo un uomo sta camminando, non sa dove andare e neanche il perché. Un motivo deve esserci, comunque.

Nessun commento finora.

Leave a Reply

You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Top