Empatia

01 Dicembre 2071

Le porte degli inferi si aprono sulle strade del mondo. Si confondono tra il vapore che inonda i vicoli e i cassonetti di immondizia lasciati straripare nelle pozzanghere.

Non c’è riposo nella dura legge della sopravvivenza. Il cielo è sempre dello stesso colore rossastro. Le stelle che ogni tanto tornavano a trovarci nei tempi meno scuri, sono sparite. Sono stanche di guardare la fine del mondo.

Le sirene fanno da sottofondo a questa realtà distorta, figlia dell’epoca dei mass media. Certe volte riescono persino a coprire il suono assordante degli altoparlanti delle mille e mille televisioni accese sullo stesso canale. Migliaia di vite che si perdono dietro la vita di qualcun altro. Una vita che non potranno mai avere, imprigionati tra i pulsanti del telecomando.

L’alba è troppo lontana. La notte è sempre più lunga e le speranze di vita sono sempre più corte. La peste di questo secolo è l’apatia. Si muore perché non si ha altro da fare.

La vita è ancora più brutta per la gente come me. Ci chiamano gli Empatici. Siamo la coscienza del mondo. Da quando gli studi governativi si sono concentrati su noi “anormali” la situazione si è complicata. È necessario non mostrare alla gente quello che proviamo. Rischiamo di essere riconosciuti e portati nei Campi. Ho paura. È strano che gli altri non se ne accorgano. È facile: guardate i miei occhi, i miei movimenti, il tremore ed il pallore della mia pelle. Invece sono qui nel mio piccolo appartamento su River Road a guardare fuori dalla finestra alla ricerca di una speranza. Non la troverò certo stanotte. Vado a dormire pensando a quanto tempo dovrò aspettare. Ricordo i miei studi di psicologia. L’empatia è una caratteristica comune a tutti gli esseri umani. Ma con l’avvento di questa società malata se ne hanno perse le tracce nella maggior parte degli individui. In controtendenza, alcuni hanno saputo sviluppare un’empatia maggiore…troppa. Io sono uno di quegli individui, come avrete già capito.

Comincio a scrivere questo diario perché ne sento il bisogno. Potrebbe non rimanere niente di me se mi prendessero. Ma io voglio lasciare il ricordo di quello che sto vivendo alle generazioni che verranno.

02 Dicembre 2071

La giornata di oggi è stata tranquilla, al lavoro non è successo niente. Ah, dimenticavo: lavoro come commesso al supermercato di quartiere. È brutto il destino di un laureato in psicologia. Ma purtroppo negli studi psichiatrici è facile essere localizzati e sequestrati. Ero ancora un tirocinante quando lasciai il lavoro. La mia collega Jillian probabilmente capì quello che sono, ma non mi denunciò. Sentì in lei l’amara compassione di chi ha deciso di rischiare il carcere piuttosto che consegnare un amico alle Squadre. Penso che fosse innamorata di me. Lei era bella, molto bella, ma io non potevo distruggere la sua vita.

03 Dicembre 2071

Oggi è stata una lunga giornata, ma non per il carico di lavoro. Nel quartiere non ci sono i soliti borghesi arricchiti che già spintonano per i regali di Natale. Nel ghetto la vita è semplice e ci sono le solite signore con il loro solito carrello che comprano la stessa solita robaccia liofilizzata. In estate e in inverno. Feriali e festivi. La cosa che mi ha colpito oggi è stata una ragazza. È venuta, ha cercato nel cesto delle offerte fino a che non ha trovato un piccolo fermacapelli. Quindi si è tirata i capelli indietro, si è sistemata e si è osservata a lungo nello specchio. Una piccola lacrima di mascara le è scesa lungo la guancia. Era tristemente bella. L’abbandono. Girava la testa a destra e sinistra, guardava con leggerezza la differenza tra il lato adornato dal fermacapelli e quello con i capelli ancora sciolti. Un sorriso le apparve in viso. Si stava accarezzando il ventre coperto dalla grande felpa nera. Era incinta.

L’aborto è una pratica così comune al giorno d’oggi. Lei invece sembrava triste per tutta la sua esistenza tranne che per quell’esserino che viveva già dentro di lei. Le sfortune della sua vita non la spezzavano. Ma perché non pensava che il suo male potrebbe essere presto anche il male di suo figlio? Non ho una risposta. Ma quando ho visto gli occhi in lacrime di quella ragazza ho pensato solo una cosa: quanto vorrei che mia madre avesse abortito. Probabilmente anche lei aveva pianto e poi aveva sorriso al pensiero di me. Senza sapere che, dopo trent’anni, un rifiuto della società ricercato dallo Stato per essere analizzato, è ancora qui a chiedere la morte. Ma sono troppo codardo per suicidarmi.

Guardo fuori dalla finestra e vedo il solito paesaggio tinto di nero.

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