Breve racconto delle ultime ore di Sir Arold Willingful

Lo studio è buio, illuminato dal caldo agitarsi di una candela. Il pianoforte, scordato, accompagna la mia notte, in attesa dell’alba. Fuori piove, una tempesta che i giornali avevano annunciato. Lascio i tasti ad un meritato riposo e mi affaccio verso la depéndance della servitù. L’oscurità che intravedo dalle loro finestre mi conferma che, nonostante il temporale, essi dormono. Non si sono accorti che l’elettricità se n’è andata, ma neanche io ne sento tanto la mancanza.

Non è più la famiglia di un tempo, i titoli nobiliari non contano ormai più nulla in un mondo fatto di borghesotti arricchiti e volgari. Ora sono rimasti solo il maggiordomo, il cuoco e la cameriera, nessun altro a farmi compagnia in questi ultimi anni di vita. I miei figli se ne sono andati all’estero, mia moglie è stata portata via da un male incurabile, ormai una decina di anni fa. Guardo il dipinto sulla parete dello studio, avevo trent’anni all’epoca, una vita ancora da vivere.

Mi pare che qualcuno bussi alla porta. Deve essere il maggiordomo, ma le mie gambe sono troppo stanche per scendere al piano di sotto. Deve aver dimenticato la chiave, ma non è da lui bussare a quest’ora della notte. Evidentemente mi sono sbagliato, deve essersi rovesciato qualcosa in giardino per colpa del temporale. Meglio sedersi sulla poltrona, per cercare di dormire qualche altra ora.

Mentre appoggio la testa sullo schienale, sento di nuovo bussare. Questa volta non posso sbagliarmi, riconosco i battenti e il suono dell’antica porta della villa. Ma sono troppo malato per fare tutte quelle scale. Non riesco ad alzarmi, ora che mi sono seduto.

Nel mio dormiveglia, sento qualcuno bussare per la terza, poi per la quarta e la quinta volta. “Non c’è nessuno!” provo a gridare, ma la voce mi si ferma in gola, mi manca il respiro. “Non posso scendere ad aprirvi, attendete domattina!” mi rendo conto di sussurrare e che nessuno può sentirmi.

Mentre il respiro si fa affannato, l’abituale rumore della porta che si apre e che si richiude. Deve essere il maggiordomo, preoccupato di vedere il lume dalla mia finestra. La cadenza dei passi sulle scale, che dopo tanti anni conosco a memoria, per averli percorsi ogni giorno della mia vita.

“Non entrare, non sono vestito” dico alla persona nel corridoio, cercando di mantenere un po’ di pudore. Ma nessuna risposta arriva da dietro la porta dello studio. Quella stessa porta, che si apre lentamente per mostrarmi una figura nel buio, che mi osserva in silenzio. “Chi sei?” chiedo.

L’ombra fa ancora un passo in avanti, mostrando il suo volto alla luce della candela. Il suo volto è quello di me stesso, a trent’anni, una copia del dipinto che appeso sopra il camino spento. Nei suoi occhi vedo tutti i rimpianti, i ricordi dolorosi e l’allegria dei tempi spensierati. Non proferisce parola, mi guarda e attende.

Chiedo silenziosamente il tempo di una preghiera, per preparare la mia anima a quello che verrà. Egli parla, infine, ma non sento le sue parole, coperte dai tuoni incessanti e dal vento che cresce facendo sbattere le persiane in legno delle finestre.

Della candela spenta non rimane più nulla, mentre fuori albeggia e la pioggia smette di picchiettare sui vetri. Si sono ormai concluse le ultime ore di Sir Arold Willignful.

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