Bosco

Camminava lungo il sentiero, verso l’oscurità di un bosco senza nome, dove la luce del sole non penetra gli alberi, dove la paura è una regina ed il terrore è un cinico re. Sentiva il rumore di animali di tempi lontani, animali ormai dimenticati che riapparivano come fantasmi per spaventare chiunque volesse addentrarsi in quell’orribile regno. Un piccolo rivo d’acqua marrone, fanghiglia innominabile, scorreva sotto i suoi piedi. Stava ad indicare un limite invalicabile di dolci lacrime che il bosco donava per l’ultima volta. Niente più acqua da lì in poi.

Camminava ancora, mentre il buio si faceva più fitto. Tra gli alberi informi e terrificanti una lucciola vagava distratta a ricordo di un passato ormai finito. La giovinezza di un bosco un tempo popolato di tante piccole dolci fate pronte a donare speranza ad ogni viso smarrito e veloci ad accorrere sentendo un lamento lontano nella selva. Ma ora niente. Piccoli esseri maligni ne avevano preso il posto seminando terrore. Piccoli demoni arrabbiati. La luce fioca della lampada ad olio lo avvolgeva di un alone di solitudine. Quanto avrebbe voluto poter dividere quell’oscurità con un viso amico, con una mano compassionevole, con un respiro distratto. Vedeva ogni tanto piccoli occhi apparire e scomparire poi dietro gli alberi fitti, gli animali che aveva in precedenza sentito correre spaventati dalla sua presenza ora lo spiavano. Aspettavano un segno di cedimento… sentivano l’odore della paura che ormai insozzava i suoi vestiti a brandelli.

Perché il passato lo odiava? Voleva solo passare per quel bosco, nient’altro. Voleva solo arrivare a casa. Non era la prima volta che si inoltrava in quell’oscurità ma per la prima volta ne ebbe paura. Sapeva che non ne sarebbe più uscito. Mentre continuava per la sua strada sentì l’eco di suoni lontani. Dolci flauti e delicatissime arpe componevano tristi melodie che risuonavano come lacrime che cadono colpendo il pavimento di una stanza in una notte invernale in cui la neve silente ricopre le case ed i campi coltivati distruggendo l’operato dell’uomo. Per un momento si sentì rincuorato, ma capì subito che quelle note erano un malinconico requiem, gli spiriti che abitavano, intorno al bosco piangevano la sua dipartita, abbandonandosi a lamenti incessanti. Sapevano che non c’era altra possibilità. Doveva finire così, nella solitudine. Mentre pensava alla sua prossima fine vide qualcosa di strano lungo il sentiero. Un piccolo tavolino, un bicchiere, una bottiglia. Si sedette un attimo, si versò del whisky nel bicchiere e cominciò a bere a piccoli sorsi. Passarono ore mentre affogava la paura nell’alcool. Con il capo chino sul piccolo calice cominciò a piangere. Una lacrima cadde nell’alcolico, che si trasformò per incanto in una dolce camomilla zuccherata. Senza accorgersi la bevve, capendo che sarebbe stato un piccolo sollievo prima dell’ultimo ballo. Si alzò dalla sedia e se ne andò per la strada. Voltandosi, nessuna sedia, nessun tavolino, nessuna bottiglia. Solo una piccola rosa rossa che colorava il nero del bosco.

Erano ormai ore che camminava e gli sembrava di girare in cerchio. Era tutto uguale, tutto alberi e oscurità. Si sedette un attimo su un piccolo masso. Abbassò lo sguardo e lo vide. Un pugnale. Lo prese in mano e lesse l’incisione che decorava la lama. “Perché aspettare?” diceva la scritta. “Perché aspettare?” risuonò in testa… Ma non poteva. Aveva la sua amata ad aspettarlo a casa. Fuori da quel bosco, fuori da quel nulla, c’era una donna con un lungo vestito blu, con i lunghi capelli scuri sul volto e gli occhi castani più profondi e tristi che il mondo abbia mai conosciuto. Erano tristi perché aspettavano lui ed era tanto che lo aspettava. Lanciò quindi lontano il coltello. Colpì nel buio una nuova presenza che lo seguiva pronto a tentarlo. Quella presenza che aveva sistemato con cura il tavolino e che aveva piazzato sotto i suoi occhi il crudele, pugnale.

Si mise dunque, in cammino, con l’immagine della sua bella scolpito negli occhi. Ma la rassegnazione aveva preso, il sopravvento.

Lunghe radici cominciavano a legargli le caviglie, per farlo cadere. I rami scendevano fitti per impedirgli di vedere lontano. Echi di fantasmi dalle voci cavernose coprivano i lamenti degli spiriti buoni del bosco. Corvi gracchianti scesero su di lui estirpandogli gli occhi. Pipistrelli deformi si catapultarono su di lui strappandogli cappello e capelli. Neri unicorni dagli occhi di sangue lo infilzavano con il loro maledetto corno colpendolo, ai reni e allo stomaco. Sanguisughe si attaccarono al suo petto strappandogli la pelle, che copriva le costole. Era stordito e spaventato. Sangue colava dagli occhi, dalla bocca e dal ventre. Si arrese al dolore dimenticandosi di quello, che lo aspettava fuori. Morì.

Solo poco lontano da lui, una forte luce bianca cominciava ad illuminare gli ultimi alberi della selva. Solo pochi passi e sarebbe uscito da quel turbine di dolore. Fuori da quel bosco spettrale, che lo aveva imprigionato. Se di un bosco veramente si tratta.

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