Assassinio sulla Metropolitan Railway

Ethan Bennet osserva silenzioso fuori dalla finestra del suo studio. Nevica. Gli animali impagliati vegliano su di lui, in silenzio, mentre il sole pomeridiano è debole e bianco. I fiocchi si scontrano con le ciminiere e la fuliggine.

Cammina guardandosi intorno, come a cercare qualcosa di perduto. Londra in inverno è una prigione, dice fra sé e sé, accarezzando la schiena di un ghepardo.

“Signore, c’è un uomo alla porta per lei.”

Il vecchio e silenzioso maggiordomo. Alle dipendenze dalla sua famiglia da tre generazioni.

“Chi è George?”

“Un dirigente della Metropolitan Railway.”

“E cosa può volere da me? Fallo entrare, per favore.”

Come è arrivato, il maggiordomo sparisce, lasciando socchiusa la pesante porta d’ebano. Ancora con gli occhi fissi sul cielo di Londra, anticipa il saluto dell’ospite.

“Buonasera, prego si accomodi”. I suoi occhi grigi si fermano sull’uomo davanti a lui: un grassoccio omuncolo dall’aspetto da burocrate. Sulla testa una bombetta di quelle che si possono trovare da James Lock & Co. a St. James Street.

“Mi scusi per il disturbo, signor Bennet. Sono Albert Bradford della Metropolitan Railway.”

“Sicuramente è un piacere conoscerla, signor Bradford. Sono molto curioso di sapere che cosa cerca un costruttore di ferrovie da uno come me. Mi perdoni, inizia a fare buio, alzo un po’ la luce.”

Ethan si avvicina alla curiosa stufa metallica e aggiunge una palettata di carbone all’interno della fornace. Il lampadario aumenta di intensità sotto gli occhi stupiti del suo ospite.

“Vede signor Bennet. Siamo in una spiacevole situazione. Natale è alle porte e dopo l’Epifania è prevista l’inaugurazione della nuova linea sotterranea della società che collegherà Paddington e Farringdon Street…”

“Molto interessante, il progresso è invero inarrestabile. Nonostante ciò, mi rincresce, continuo a non capire il motivo del mio coinvolgimento.”

“Durante gli scavi, signore, deve essersi liberato qualche tipo di animale… sotterraneo. I tecnici e gli operai che stavano facendo il giro di prova non sono più tornati…”

“Non sono tornati?”, Bennet stringe gli occhi, mette a fuoco il vuoto.

“Sì, signore. Sono spariti. Abbiamo trovato solo la locomotiva a vapore e i vagoni integri. I carrelli, invece, rovesciati… e imbrattati di sangue.”

“Cosa vi fa pensare che non sia opera di, non so, una banda di malviventi?”

“La scena era piuttosto… truculenta. Solo una belva può aver commesso uno scempio del genere… non mi faccia entrare nel dettaglio…”

“Capisco. Quindi volete che mi metta a dare la caccia a questo… animale?”

Bradford annuisce, trattiene il respiro e suda copiosamente.

Ethan Bennet gli volta le spalle, di nuovo lo sguardo sul bianco grigiore di Londra. Alza lo sguardo sui trofei e sugli animali impagliati. Poi sulla vetrinetta dove riposano i suoi fucili elettrici.

“Va bene, signor Bradford. Tra due giorni scenderò nella sua ferrovia sotterranea e stanerò l’animale. Non desidero un compenso, vi chiedo solo di poterne conservare il corpo come trofeo.”

“Non è spaventato per quello che le ho raccontato? Una dozzina di uomini sono morti là sotto, lontani dallo sguardo di Dio…”

“Si guardi intorno. Osservi queste belve. Il Signore ci ha posti sopra di loro, noi ne siamo i padroni. Sono forti, come l’orso su cui sta camminando. Rapidi come il giaguaro appeso alla parete. Ma noi abbiamo una cosa che gli animali non hanno.”

Bennet appoggia l’indice della mano destra sulla tempia, in un gesto eloquente.

“Questo è il mio biglietto. Mi venga a trovare alla Metropolitan Railway quando è pronto.”

“Sono già pronto, devo solo passare a trovare un amico. Tra una settimana, all’alba, a Paddington. Avrò bisogno di un po’ di manovalanza per spostare delle attrezzature. Se c’è un animale feroce a Londra, Ethan Bennet lo ucciderà.”

Ha smesso di nevicare, i fuochi e i fumi delle ciminiere colorano la rossa alba di oscurità. Il mattino non ha l’oro in bocca ma fuliggine e odore di pane fresco. Qualche candela è accesa nelle botteghe di fronte alla stazione di Paddington.

Sferragliando, il carro meccanico di Ethan Bennet si ferma davanti agli occhi stupiti di Albert Bradford e ad un manipolo di nerboruti operai della Metropolitan Railway.

“Ma quale diavoleria è mai questa, Bennet?”

“Un giorno tutti si muoveranno su carrozze senza cavalli signor Bradford, almeno io la penso così. Questo è solo un prototipo, certo, ma già perfettamente funzionante.” ribatte l’uomo, chiudendo le valvole di alimentazione.

“Ma questo è niente. Ho avuto modo, durante il mio soggiorno in India, di confrontarmi con una delle più grandi menti del nostro tempo, il Principe Dakkar. Egli aveva un’idea folle: un’imbarcazione che potesse navigare sotto il livello del mare. Fantastico ingegnere, mentre io sono un semplice cacciatore. Ma, per mia fortuna, la tecnologia che pensava di adottare era prodotta, in parte, qui a Londra. Non è stato difficile per me mettermi in contatto con il suo fornitore. E questo è il risultato. Ma non avete visto ancora niente”.

Con un balzo sale sul retro del carro e, con un gesto fulmineo, rimuove il pesante telo scuro, rivelando un grosso ammasso di ottone, ferro e ingranaggi.

“Signor Bradford, le presento Arachnida. Se, cortesemente, possiamo procedere con i suoi operai per posizionarlo dolcemente a terra, le sarei molto grato. C’è una carrucola montata sul carro, usatela con cautela. Noi, invece, scendiamo a dare un’occhiata a questa vostra ferrovia”.

I rintocchi degli stivali di Ethan Bennet sulle scale di nuova costruzione rimbombano nella galleria. In rituale silenzio, come ad osservare gli affreschi di una cattedrale, l’uomo ispeziona il metallo rosso lucente della locomotiva a vapore. E poi le cabine in legno e vetro. Sette spaziosi vagoni decorati elegantemente. In fondo al convoglio, una serie di carrelli aperti imbrattati di sangue. Albert Bradford rompe il rituale silenzio.

“Vede, i tecnici per il giro di prova si trovavano nei carrelli finali. Scomparsi tutti. Il macchinista invece…”

“Invece? Mi sembra di ricordare che non ci fossero sopravvissuti…”

“Mi dispiace ma non sono stato del tutto franco con lei. Il macchinista è stato portato nella casa di cura del Dottor Anthony Seward.”

“In manicomio? Quale animale può averlo fatto spaventare a tal punto da impazzire? Questo è molto sgradevole, signor Bradford. Molto sgradevole. Anthony è un amico, sono sicuro che avrebbe potuto darci una mano.”

Ethan Bennet si ferma, indeciso sul da farsi. Si sente ingannato e tradito, ma anche eccitato all’idea di una battuta così spaventosa. Un animale che ha ucciso una dozzina di uomini e reso pazzo un altro, non può che essere un trofeo inestimabile.

Ingoiando la rabbia, il cacciatore prende fiato osservando l’oscurità.

“Quindi è qua sotto che è avvenuta la strage. Cosa dice il povero macchinista nei suoi deliri?”

“Lo legga lei stesso. Non fa altro che scrivere frasi senza senso…”

Bradford gli porge un fogliaccio strappato, dove si ripete, in un infinito ciclo, la stessa incomprensibile frase.

Yog-Sothoth conosce la porta. Yog-Sothoth è la porta. Yog-Sothoth è la chiave e il guardiano della porta. Passato, presente e futuro coesistono in Yog-Sothoth.

“Non mi dice nulla di più quello che già sappiamo, Bradford. Precisamente dove è stato ritrovato il treno?”

“Come vede, signor Bennet, non tutta la ferrovia è sotterranea da qui a Farringdon Street. Al terzo tunnel la corsa si è fermata. Vuole ancora aiutarci quindi? Per noi è molto importante rispettare la scadenza del 10 Gennaio…”

Ethan lo osserva con pietà. Un uomo schiavo del suo lavoro.

“Sì, lo farò. Ora è il momento di accendere Arachnida”.

 

Il motore elettrico di Arachnida è silenzioso. Bennet controlla il livello di carica delle batterie sodio-mercurio, mentre come un cowboy cavalca l’animale metallico. Il rumore delle otto zampette sulle rotaie è uno stillicidio fastidioso. Sulla fronte, come due ignobili e fissi occhi gialli, le lampade illuminano il terzo tunnel della linea Paddington-Farringdon.

L’uomo indossa un voluminoso cappotto in pelle, che lo mimetizza parzialmente nell’oscurità. Sulla schiena il grosso fucile elettrico. Ricorda la prima volta che il Principe glielo aveva mostrato, nella sua reggia in mezzo al deserto. Chissà dove si trova ora e se è riuscito a completare la costruzione del Nautilus, si chiede Ethan Bennet, sistemando il cilindro e verificando, nuovamente, la presenza degli occhiali di protezione su di esso.

Non è freddo come in superficie, ma il piccolo architronito posto sul fianco del ragno metallico lascia dietro di sé una piccola scia di calore.

Tutto accade in pochi, infiniti, secondi. Dall’oscurità si leva un essere che potrebbe essere un ragazzino per l’altezza ma con una corporatura e un incalzare sinistro. Bennet non riesce a mettere a fuoco la creatura e, per un attimo, attende. E se fosse uno dei poveri senzatetto londinesi? Un uomo deforme che nulla ha a che fare con l’efferato delitto dei tecnici della Metropolitan Railway? Ma quando la creatura attraversa il fascio prodotto dal sistema di illuminazione di Arachnida, si mostra nella sua perversa forma: la figura rosea e curva come quella di un gambero, una testa tentacolare e delle putride e inutili alette da pipistrello. In quelle che possono sembrare quasi delle mani, un tubo di un metallo sconosciuto.

Ethan Bennet comincia la caccia.

Tira la leva posta sull’architronito. L’acqua, a contatto con la culatta riscaldata dal piccolo fornello di rame, è in un attimo vapore. Il proiettile viene scagliato contro la creatura che viene colpita. Per un attimo essa si ferma a soppesare il danno, ma sembra illesa, nonostante un rigolo di sangue, o forse di altre blasfeme sostanze, scenda copioso e fumante dal ventre della bestia.

Bennet non si perde d’animo, mentre l’abominio di fronte a lui avanza minaccioso. Dal tubo un raggio manca di poco il cacciatore, colpendo il mezzo in un turbine di scintille. Per un attimo è tentato di portare la mano alla pistola che porta alla cintura, ma se l’architronito non ha fatto danno, sicuramente non potrà farlo la Colt Wells Fargo. Ha una sola possibilità.

Veloce come i felini della savana africana, si posiziona il fucile elettrico sotto la spalla, si cala gli occhiali di protezione sul volto. Il grilletto fa scattare l’aria compressa. Il proiettile, un piccolo contenitore in vetro ricoperto d’acciaio e piombo, saetta nel buio. Bottiglia di Leida, l’aveva chiamata il Principe Dakkar. Il colpo va a segno, penetrando la dura pelle del gamberone. L’essere si dimena, investito dalla scossa, in qualche modo amplificata dal bastone che l’orrendo mostro porta in mano. Cade tra i sassi, tremando. Ethan Bennet ricarica il fucile in attesa di una nuova mossa, ma il nemico è immobile. Da quale inferno sei emersa, creatura del demonio?

L’uomo ricaccia indietro un conato di vomito e lega la creatura, immobile e senza vita, saldamente al ragno meccanico. Potrebbero essercene altri. Accende una lanterna e si avvia nel tunnel davanti a sé, fino a che non scopre la provenienza del mostro. Un foro, tra le due rotaie, grande abbastanza da permettere il passaggio di un uomo adulto e, sicuramente, di una di quelle creature.

Il cacciatore si affaccia nel misterioso anfratto e scopre un altro lungo tunnel, molto più antico di quello costruito per la ferrovia. Dall’alto, vede alcuni strumenti sconosciuti, simili a quelli di un carpentiere. E poi carrelli, lampade alimentate da qualche forma di energia invisibile e ronzante. Che io sia maledetto se questa non è una miniera! Esclama solitario nel buio, trovandosi davanti a terrori e a rivelazioni antichi e blasfemi. Il signor Bradford non sarà contento di quello che devo raccontargli.

 

Ethan Bennet è seduto sulla scrivania del suo studio. Sul Daily News un piccolo trafiletto sulla nuova ferrovia sotterranea della Metropolitan Railway. Nessuna inaugurazione, nessun taglio del nastro. Nessun accenno agli incidenti che hanno coinvolto i tecnici.

Il vecchio maggiordomo appare sulla porta.

“Ci sono degli ospiti per lei, signore.”

“Li stavo aspettando George, falli entrare.”

Due uomini entrano nella sala. Il volto rassicurante del Dottor Seward, al suo fianco un uomo ben vestito, con degli occhialetti tondi. Il direttore del manicomio di Carfax si prodiga nelle presentazioni.

“Signor Bennet, è un piacere incontrarla di nuovo. Questo è il professor Abraham van Helsing, l’uomo che spero possa introdurre mio figlio John alla nobile arte della medicina e che è accorso dall’Olanda per… le indagini..”

“Mio è il piacere signor Bennet. Lei è un uomo molto coraggioso. Mi scuso per il mio accento, non sono in Inghilterra da tanto tempo. Ma il mio amico e stimato collega mi ha parlato molto bene di lei. E, perdoni la franchezza, sono rimasto molto colpito dalla cosa che è riuscito a catturare”.

“Il piacere è mio, van Helsing. La sua fama la precede e quando Anthony mi ha proposto di consegnarle la carcassa per l’autopsia, non ho avuto alcun dubbio a riguardo. Ha scoperto qualcosa di interessante?”

“Quella creatura non è di questo mondo, Ethan. Anatomicamente è… sbagliata. Le ali sono troppo piccole e la loro densità non possono permettere il volo. Ma nel complesso è una creatura senziente, elemento provato dagli strumenti di estrazione mineraria che lei ha trovato nei sotterranei di Londra.

“Sì, strumenti che ora, grazie alla Metropolitan Railway, sono stati seppelliti grazie ad una buona dose di dinamite…”

“Male, male! Studiare gli usi di quella creatura ci avrebbe aiutato a comprenderla meglio…”

“Usi?” lo interrompe Seward, “è un animale, un abominio… non è una creatura di Dio… quello che dice, dottor van Helsing, è una bestemmia! Solo all’uomo è stato dato il dono dell’intelletto…”

Van Helsing esplode in una fragorosa risata, per poi farsi nuovamente serio.

“Io penso, anche se il mio collega Seward stenta a crederci, che l’essere abbia comunicato con il macchinista del treno a vapore entrando mentalmente in collegamento con esso. Ho letto degli studi di un giovane studente di Cambridge sull’argomento. Le frasi che dice, seppur con modi e tempi tipici dell’individuo alienato, devono avere un senso. Comunque, se posso arrivare ad una conclusione, penso che essa, la creatura intendo, sia aliena a questo mondo.”

“Sta scherzando vero?” interviene ridendo a crepapelle Seward.

“No, collega. Non scherzo affatto. Anatomicamente, non assomiglia a nessun essere che cammina sulla terra o che nuota nei mari. Un ibrido tra forme di vita che non hanno nulla a che fare con loro. Gli animali, così come l’uomo, si sono evoluti per adattarsi all’ambiente e sono sopravvissuti per questo. Darwin ha avuto una grande intuizione. Ero giusto qualche giorno a fa a cena con lui. Ma tornando a noi: l’essere che ho analizzato, invece, non segue assolutamente le regole della natura, almeno quella terrestre. Per questo penso e credo che venga da un altro pianeta del nostro Sistema Solare.”

“Ho letto molto sull’argomento professore” riprende Seward, mentre Bennet rimane in silenzio soppesando le parole dell’olandese “e dagli studi più recenti si evince che non è possibile la vita su di essi. Nettuno è l’ultimo pianeta osservato, ormai quasi vent’anni fa…”

“Appunto mio caro. Potremmo anche scoprire che, ancora più distante dal sole, esiste un pianeta abitato da questi esseri…”

“Ora basta” interviene esausto Bennet. “Professor van Helsing, dottor Seward. Da qualunque posto venga quella… cosa… è comunque un pericolo. Ho visto strumenti, numerosi strumenti, in quel tunnel sotto la metropolitana. Troppi per un solo manovale. Dobbiamo tornare là sotto e controllare di persona.”

“Sono d’accordo con lei” riprende van Helsing, “ma dobbiamo capire tante cose, non possiamo essere affrettati. Come prima cosa dobbiamo indagare sulle frasi apparentemente insensate dell’uomo ricoverato a Carfax presso la sua struttura del dottore. Quelle frasi sono la chiave…

La chiave. In quell’istante, Ethan Bennet sente nella sua mente la voce.

Yog-Sothoth è la chiave e il guardiano della porta”, esclama.

“Ethan, cosa stai dicendo? Sono Anthony, guardami…”

Yog-Sothoth conosce la porta. Yog-Sothoth è la porta.

“Van Helsing, faccia qualcosa, la prego”.

“Seward, amico mio, sono ricordi! Lo faccia parlare, lo tenga fermo…”

I due professori lo bloccano, lui si contorce e sbava, gli occhi sbarrati.

Passato, presente e futuro coesistono in Yog-Sothoth. Egli sa dove gli Antichi irruppero in tempi remoti, e dove irromperanno un’altra volta. Egli sa dove essi hanno calcato i tempi della Terra e dove ancora li calcheranno, e perché nessuno può contemplarLi mentre camminano.”

E, dicendo le ultime parole, Ethan Bennet perde conoscenza, tremante. Mentre i suoi animali impagliati lo osservano senza pietà, ridendo vendicativi e immobili. Gli infermieri arrivano dopo qualche minuto, lo bloccano ancora senza sensi nella camicia di forza.

“Seward, è un suo amico… le frasi che sta ripetendo, non è un caso…”

“No, professore. Non posso vedere Ethan in questo stato. Ha bisogno di cure e a Carfax potrà trovarle.”

“Sta commettendo uno sbaglio, dottore. Un immenso errore.”

Mentre i due uomini si chiudono la porta alle spalle, discutendo animatamente, George è in lacrime, solo nella grande casa che ha servito per tre generazioni.

Ma né lui, né il professor van Helsing, tantomeno il dottor Seward, sanno che nello scantinato, lontano da occhi indiscreti, tra macchinari elettrici e a vapore, nella borsa di pelle legata al dorso di Arachnida, è posato il misterioso tubo di metallo alieno, la temibile arma dei Funghi di Yuggoth.

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